Richard Avedon

Richard Avedon

L’uomo che ha insegnato alla moda a muoversi

Durante la Seconda Guerra Mondiale Avedon prestò servizio come Photographer’s Mate nel Merchant Marine. Il suo compito era fotografare documenti d’identità. In due anni scattò le fotografie di forse centomila facce. Fu in quel momento, ha detto lui stesso, che realizzò di stare diventando un fotografo. La quantità aveva prodotto qualità: aveva capito cosa cercava nei volti delle persone.
Dopo il congedo, si iscrisse ai corsi di fotografia di Alexey Brodovitch al Design Laboratory di New York — uno dei master più influenti della storia del visual design americano. Brodovitch gli insegnò che il lavoro commerciale ed editoriale non doveva mai essere affrontato come tedioso o banale: era responsabilità del fotografo portare idee nuove a ogni shoot, indipendentemente dal soggetto. Nel 1944, a ventun anni, Avedon pubblicò le sue prime fotografie su Harper’s Bazaar. La sua carriera era iniziata.

Quello che Avedon portò alla fotografia di moda fu essenzialmente il movimento — o meglio, la sua percezione. Le sue modelle non posavano: saltavano, ridevano, correvano, strabuzzavano gli occhi. Portò le donne fuori dallo studio e le fotografò nelle strade di Parigi, nei nightclub, al circo, sulla spiaggia, nei luoghi meno attesi — applicando alla moda alcuni principi della street photography, in particolare la spontaneità e la presa diretta. Il risultato era immagini che sembravano rubate alla vita invece che costruite per una rivista.
La sua collaborazione con Harper’s Bazaar durò vent’anni. Poi, nel 1966, si trasferì a Vogue, con un contratto da un milione di dollari — il primo di questo tipo nella storia della fotografia americana. Divenne il fotografo principale della rivista fino all’arrivo di Anna Wintour nel 1988, firmando la maggior parte delle copertine. Collaborazioni durature con Versace, Calvin Klein, Revlon e dozzine di altri brand risultarono in alcune delle campagne pubblicitarie più iconiche della storia americana.

Ma Avedon non era soltanto moda. Nel 1992 diventò il primo staff photographer del New Yorker, dove la sua attività di ritrattista ridefinì l’estetica della rivista. I suoi ritratti — spesso figure su fondo bianco neutro, in pose frontali quasi sfidanti — erano esercizi di spogliazione: togliere il contesto, togliere il décor, lasciare solo il soggetto con la propria storia.
Avedon morì il 1° ottobre 2004 a San Antonio, Texas, mentre lavorava a un reportage per il New Yorker. Aveva 81 anni e stava ancora scattando fotografie. La sua ultima frase conosciuta, pronunciata in un’intervista degli anni Novanta, è rimasta come epitaffio involontario: “I have great faith in surfaces. A good one is full of clues.” — “Ho grande fede nelle superfici. Una buona superficie è piena di indizi.”

Il progetto In the American West (1979-1984) resta forse il suo lavoro più potente: cinque anni di ritratti di americani ordinari — lavoratori, contadini, detenuti, pazienti psichiatrici — fotografati con la stessa cura dedicata alle star di Hollywood. Era la stessa visione applicata a soggetti diversissimi: la convinzione che ogni faccia contenesse una storia che valeva la pena raccontare, e che il compito del fotografo fosse creare le condizioni perché quella storia emergesse.