Quando Prada ha cambiato il concetto di brutto

La comunista che odiava il lusso e ne inventò uno nuovo

Miuccia Prada si era laureata in Scienze Politiche, aveva militato nel Partito Comunista Italiano, aveva studiato mimo al Piccolo Teatro di Milano. Poi aveva ereditato una pelletteria di famiglia che vendeva valigie di pelle ai turisti in Galleria Vittorio Emanuele II. Non era esattamente il percorso che ci si aspettava portasse a diventare la stilista più intellettualmente complessa del Novecento. Ma Miuccia Prada ha sempre avuto il talento di fare le cose sbagliate nel modo giusto.

Nel 1985 lanciò lo zaino in nylon Pocono — materiale industriale, lo stesso usato per i paracadute militari e le tende da campo. Venduto a prezzi da alta moda. La reazione del settore fu di sconcerto generale. Il lusso aveva regole chiare: pelle lavorata a mano, materiali pregiati, niente che potesse essere confuso con un accessorio sportivo. Uno zaino in nylon era, per definizione, l’antitesi del lusso. Miuccia Prada lo sapeva benissimo, ed era esattamente il punto.

La vera bomba esplose però nel 1996, con la collezione Primavera/Estate che la critica avrebbe poi battezzato Banal Eccentricity. Schemi psichedelici dipinti a mano su gonne, trame da tovaglie di periferia degli anni Cinquanta applicate a tweed di cotone e lino, mary jane che la stampa aveva già definito “le scarpe più brutte del mondo”, verdi avocado abbinati a viola cupo in palette che sembravano uscite da una cucina di campagna in piena crisi estetica. The New York Times andò su di giri. Il pubblico rimase interdetto. E poi, in modo del tutto inspiegabile, capì.

“Il brutto è attraente, il brutto è eccitante”, aveva detto Miuccia. Non stava provocando. Stava descrivendo una postura filosofica nei confronti della bellezza: quella che rifiuta l’idea che esista un canone fisso e immutabile di ciò che è bello, e propone invece che il gusto sia sempre contestuale, sempre politico, sempre una scelta.

Lei stessa ha sintetizzato la propria carriera in una frase: “Se sono riuscita in qualcosa, è stato rendere il brutto attraente.” È una definizione che suona come una sconfitta e contiene invece una vittoria: quella di chi ha capito che l’estetica non è uno specchio del gusto dominante ma uno strumento per interrogarlo. Quella collezione del ’96 ha influenzato Raf Simons, ha anticipato la Gen-Z che oggi veste Prada per sembrare volutamente fuori moda, ha ridefinito cosa significa lusso in un’era saturata di logo e ostentazione.

Dolce ironia: la comunista che odiava il lusso è diventata una delle donne più ricche d’Italia vendendo oggetti di lusso. Ma almeno li ha resi interessanti.