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L’Occhio del Sol Levante
Storia, filosofia e anime della fotografia giapponese
Marco BasileEsiste un paradosso affascinante al cuore della fotografia giapponese, e vale la pena cominciare da lì. Il Giappone è la nazione che più di ogni altra ha trasformato la fotografia in industria di massa, che ha messo in mano a milioni di persone una Nikon, una Canon, una Leica migliorata fino all’inverosimile, che ha democratizzato l’atto del guardare e del fissare il mondo su carta sensibile.
Eppure, i suoi fotografi più grandi — quelli che hanno lasciato un segno indelebile nella storia visiva del Novecento — hanno fatto tutto il contrario: hanno reso la fotografia oscura, granulosa, sfuocata, perturbante, profondamente e ostinatamente difficile. Hanno preso lo strumento della chiarezza e ne hanno fatto un’arma dell’ambiguità.Come si spiega questa contraddizione? Forse non è una contraddizione. Forse è la stessa cosa, vista da due angolazioni diverse dello stesso specchio.
La Prima Luce: Navi Nere e Dagherrotipi

Il dagherrotipo di Shimazu Nariakira del 1857 è la più antica fotografia conservata scattata in Giappone; fu realizzata il 17 settembre 1857 dal suo servitore Ichiki Shirō.
Per capire la fotografia giapponese, bisogna tornare a quel settembre del 1857 in cui un membro della potente famiglia Shimazu — Shimazu Nariakira — riuscì finalmente a ottenere una fotografia utilizzando un apparecchio dagherrotipico acquistato nel 1848 attraverso mercanti olandesi sbarcati a Nagasaki. Ci erano voluti quasi dieci anni di tentativi. Dieci anni in cui un uomo di grande cultura e curiosità aveva cercato di dominare una tecnologia che veniva da un mondo che il Giappone non voleva ancora conoscere, o meglio, che per legge non poteva conoscere: il Sakoku, l’isolamento obbligatorio del paese, era ancora formalmente in vigore.
Poi arrivarono le “navi nere”. Nel 1853, il commodoro americano Matthew Perry attracca con le sue navi da guerra al porto di Yokosuka, spezza la legge del Sakoku e apre il Giappone al commercio internazionale. Al seguito della missione vi era Eliphalet Brown, un dagherrotipista newyorkese che realizzò le prime immagini fotografiche sistematiche del Giappone riportate in America, facendo conoscere agli statunitensi un mondo di volti, costumi e paesaggi mai visti. C’è qualcosa di profondamente simbolico in questo: la fotografia entra in Giappone come strumento dello sguardo straniero, come occhio coloniale che cataloga e possiede. E i giapponesi la guardano con una curiosità mista a imbarazzo, come ci racconta una deliziosa silografia dell’epoca che ritrae una prostituta di Shimoda seduta davanti all’apparecchio di Brown, con la manica del kimono sollevata al viso in un gesto di pudore antico davanti alla novità assoluta.
Nel 1862, quando si diffuse la tecnica al collodio umido, i giapponesi iniziarono ad aprire i propri studi fotografici. Ueno Hikoma a Nagasaki e Shimooka Renjō a Yokohama furono tra i primi fotografi giapponesi professionisti. Shimooka è una figura particolarmente curiosa: nato pittore e allievo della scuola Kanō, era rimasto affascinato da un dagherrotipo nel 1844, e solo grazie all’interprete americano Henry Heusken — uomo di cultura e spirito avventuroso, purtroppo ucciso a pugnalate da fanatici antioccidentali nel 1861 — aveva appreso le basi della tecnica. Un pittore giapponese che impara a fare fotografie da un olandese di origine americana che interpreta i discorsi di un commodoro americano per un governo samurai restio alla modernità: non poteva esserci inizio più complicato, e più bello.
Quello che accadde nei decenni successivi fu un processo straordinario di assorbimento e trasformazione. I fotografi giapponesi non si limitarono a copiare le tecniche occidentali: le miscelarono con la propria sensibilità estetica millenaria. Le fotografie colorate a mano di Kusakabe Kimbei — che aveva lavorato come assistente del fotografo italiano Felice Beato e del barone austriaco Raimund von Stillfried — portano ancora oggi i segni di quella contaminazione feconda: il colore è applicato con la delicatezza delle stampe ukiyoe di Hiroshige, i soggetti sono disposti con la cura compositiva della pittura zen. Non erano fotografie nel senso europeo del termine; erano qualcosa di nuovo, un ibrido che solo il Giappone poteva partorire.
Con l’insediamento dell’imperatore Meiji nel 1868 e l’avvio della modernizzazione forzata del paese, la fotografia divenne anche strumento di potere. Nel 1890 un Rescritto Imperiale sull’educazione impose a tutte le scuole di esporre il ritratto dell’Imperatore Meiji, realizzato nel 1873 dal fotografo Uchida Kuichi. L’immagine come propaganda, l’obiettivo come strumento di costruzione dell’identità nazionale: anche questo faceva parte del repertorio della fotografia giapponese fin dalle origini.

Tra Due Guerre: Il Giappone Cerca Se Stesso
L’inizio del Novecento portò con sé l’esplosione del dilettantismo fotografico e un dibattito estetico vivace che rispecchiava le turbolenze politiche e culturali del paese. Il Giappone degli anni Venti e Trenta è un paese in bilico: modernissimo nelle metropoli, tradizionalissimo nelle campagne, militarista nel governo, vitalissimo nelle arti. La fotografia riflette questa schizofrenia creativa con grande fedeltà.
Nel 1932 viene fondata la rivista Kōga — letteralmente “immagine luminosa” — che diventerà il principale laboratorio della fotografia modernista giapponese. Dietro a Kōga ci sono figure come Yasuzō Nojima, sperimentatore instancabile che fonde influenze pictorialiste con intuizioni formali astratte, e soprattutto Ihei Kimura, destinato a diventare uno dei fotografi più importanti del Giappone del dopoguerra. Kimura aveva uno sguardo straordinariamente umano, capace di cogliere la poesia silenziosa della vita quotidiana — nei vicoli di Tokyo come nelle campagne del Tōhoku — senza mai cadere nel sentimentalismo o nella retorica.
Non si può capire questa stagione senza tenere in mente il contesto: il Giappone stava trasformandosi in una potenza militare aggressiva, la propaganda imperialista permeava ogni aspetto della vita pubblica, e la fotografia era al tempo stesso strumento di glorificazione bellica e — per alcuni — terreno di resistenza silenziosa. Mentre il governo usava l’immagine per costruire il mito dell’invincibilità nipponica, fotografi come Hiroshi Hamaya documentavano le cerimonie e i rituali delle comunità rurali della prefettura di Niigata con uno sguardo che conservava la dignità e la complessità dell’esistenza umana, resistendo alla semplificazione propagandistica.
Il Trauma della Sconfitta e l’Occhio Che Non Può Dimenticare


Il 6 agosto 1945 alle 8:15 del mattino, una bomba atomica cancellò Hiroshima. Il 9 agosto alle 11:02, un’altra bomba distrusse Nagasaki. Queste due ore — 8:15 e 11:02 — diventarono i cardini intorno a cui ruotò tutta la fotografia giapponese del dopoguerra. Non semplicemente come riferimenti storici, ma come ferite nell’occhio stesso: il modo in cui i fotografi giapponesi guardavano il mondo dopo quella doppia apocalisse non fu mai più lo stesso.
Yōsuke Yamahata fu il fotografo militare incaricato di documentare Nagasaki il giorno dopo la bomba, il 10 agosto 1945. Le sue fotografie — corpi carbonizzati, macerie fumanti, sopravvissuti con le ustioni impresse sulla pelle come ombre — sono tra le immagini più terribili mai realizzate. Yamahata scattò per tutto il giorno, e in una sola giornata di lavoro creò un archivio visivo dell’orrore nucleare che il mondo non aveva ancora visto. Morì di cancro nel 1966, a soli quarantotto anni, verosimilmente per l’esposizione alle radiazioni di quel giorno. C’è qualcosa di tragicamente coerente in questo: il fotografo che aveva guardato la morte in faccia per un giorno intero fu lentamente consumato da ciò che aveva guardato.
Fu però Shōmei Tōmatsu (1930-2012) a trasformare il trauma nucleare in qualcosa di più complesso e duraturo sul piano fotografico. Chiamato nel 1961 dal Consiglio Giapponese contro le Bombe Atomiche e all’Idrogeno per documentare Nagasaki, Tōmatsu arrivò in città senza sapere bene cosa aspettarsi. Quello che trovò lo sconvolse profondamente, e continuò a tornare a Nagasaki per cinquant’anni. La sua fotografia più famosa di quel periodo è una bottiglia di birra deformata dal calore della bomba: non un corpo, non un volto, ma un oggetto quotidiano reso mostruoso dall’energia nucleare, contorto in forme che sembrano quelle di un arto umano o di un’escrescenza biologica. Il critico americano Leo Rubinfien scrisse che le immagini di Nagasaki di Tōmatsu erano “fatti tristi e smunti”, e che in esse c’era “un dolore così grande che qualsiasi espressione esplicita di simpatia sarebbe stata un insulto”. Questa è una delle migliori definizioni di come la grande fotografia giapponese funziona: non mostra il dolore, lo contiene.
La compagna costante del lavoro di Tōmatsu era però anche l’altra grande ossessione del dopoguerra giapponese: la presenza militare americana. Tōmatsu fotografò per anni le basi americane in Giappone — a Yokosuka, a Okinawa, nei mille luoghi in cui la sconfitta militare si era trasformata in una sorta di occupazione culturale permanente. I suoi soldati americani non sono né mostri né eroi; sono presenze ingombranti, corpi che non appartengono al paesaggio, stranieri che hanno messo le radici in una terra che non è la loro e che forse non capiscono. Il suo fotobook Nippon (1967), che raccoglie immagini scattate tra il 1955 e il 1967 in varie parti del paese, affronta la questione dell’identità nazionale giapponese nel dopoguerra con una brutalità poetica che non ha precedenti nella fotografia del paese.
Tōmatsu fu anche il cofondatore, nel 1959, dell’agenzia fotografica VIVO — insieme a Ikko Narahara, Eikoh Hosoe e altri — che viene considerata l’epicentro della fotografia giapponese del dopoguerra. VIVO fu breve (si sciolse nel 1961) ma cruciale: stabilì che la fotografia giapponese non doveva essere né documentarismo neutro né arte decorativa, ma qualcosa di terzo, una zona di sperimentazione soggettiva in cui il fotografo portava se stesso nell’immagine con tutta la sua storia, le sue ferite, le sue ossessioni.
Ken Domon e la Bellezza della Precisione


È giusto, a questo punto, presentare l’altra grande voce del dopoguerra fotografico giapponese: Ken Domon (1909-1990), il cui approccio era quasi opposto a quello di Tōmatsu eppure ugualmente potente. Domon era un realista convinto, quasi puritano nel suo credo che la fotografia dovesse documentare il mondo così com’è, senza trucchi estetici, senza distorsioni soggettive. Il suo fotobook Hiroshima (1958), realizzato più di un decennio dopo la bomba, documenta i sopravvissuti — gli hibakusha — con una franchezza quasi insopportabile: i volti segnati, i corpi deformati, la vita quotidiana che continua inesorabile accanto alle cicatrici. Non c’è pietà esibita, non c’è retorica; c’è lo sguardo fermo di chi crede che guardare direttamente sia la forma più rispettosa di memoria.
Domon fotografò anche i templi buddisti di Nara e Kyoto con la stessa precisione chirurgica: le sue fotografie di statue e sculture antiche sembrano quasi raggi X dell’anima dell’arte giapponese. Aveva una capacità straordinaria di trovare la tensione interna degli oggetti, quella vibrazione silente che separa un capolavoro da un semplice manufatto. Colpito da un ictus nel 1961 che lo costrinse su una sedia a rotelle, continuò a fotografare per decenni con l’unico braccio funzionante. C’è qualcosa di commovente e quasi assurdo in questo: uno dei più grandi fotografi del Novecento che realizza le sue immagini più intense con metà del corpo paralizzato, piegato su se stesso in una sedia, l’occhio incollato al mirino, la mano sola che fa tutto.
PROVOKE: Quando la Fotografia Diventa Urlo


Nel novembre del 1968, a Tokyo, un gruppo di fotografi e intellettuali pubblica il primo numero di una rivista autoprodotta chiamata Provoke, con il sottotitolo: “Materiali Provocatori per il Pensiero”. La rivista aveva una tiratura esigua, era stampata in modo volutamente grezzo, e sarebbe durata appena tre numeri, fino all’agosto del 1969. Eppure, Provoke è probabilmente la rivista fotografica più influente del dopoguerra, il documento visivo che più di ogni altro ha cambiato il modo in cui il mondo intero — non solo il Giappone — ha pensato alla fotografia.
Il contesto è fondamentale. Il 1968 è l’anno delle rivolte studentesche a Parigi, dell’assassinio di Martin Luther King, dei movimenti antiVietnam negli Stati Uniti e della fine della Primavera di Praga. In Giappone, quell’anno una serie di violente rivolte studentesche costrinse alla chiusura molte delle più importanti università del paese. Era un momento di rottura totale con l’ordine costituito, una crisi di fiducia nei confronti del governo, della modernizzazione forzata, dell’alleanza con gli americani che molti giovani percepivano come una forma di occupazione mascherata. Milioni di lavoratori e studenti erano scesi nelle piazze. Nel 1966 il governo aveva annunciato la costruzione del nuovo aeroporto internazionale di Narita su terreni agricoli espropriati, scatenando una resistenza contadina durata anni, documentata con straordinaria partecipazione dal regista documentarista Shinsuke Ogawa.
In questo clima, un critico d’arte di nome Kōji Taki e il fotografo Takuma Nakahira si trovano a confrontarsi con una domanda radicale: la fotografia può ancora essere uno strumento di verità? Il reportage tradizionale — quello che pretende di mostrare il mondo “com’è” — non è forse una finzione tranquillizzante, un modo per addomesticare la realtà e renderla gestibile per chi sta al potere? Unendosi al poeta Takahiko Okada e al fotografo Yutaka Takanashi, e poi al giovane Daidō Moriyama, fondano Provoke come risposta visiva a queste domande. Non una risposta ordinata, beninteso. Una risposta granulosa, sfuocata, storta, quasi illeggibile.
Lo stile are-bure-boke — letteralmente “grezzo, mosso, sfuocato” — non era una scelta tecnica casuale. Era una dichiarazione filosofica. Come spiegò anni dopo il critico Kotaro Iizawa al Hong Kong International Photography Festival: “Non era solo una tecnica. Era un modo di rappresentare la realtà che loro stavano vivendo. Per i fotografi di PROVOKE, il mondo reale appariva esattamente così.” Le fotografie di Nakahira con le loro strade di Tokyo che si inclinano nell’obiettivo come se stessero per cadere, i soggetti che sembrano sfuggire dalla cornice, i contrasti che annullano i dettagli in macchie di inchiostro — tutto questo era il modo in cui una generazione che aveva perso la guerra, poi aveva perso l’identità, poi stava perdendo anche la speranza politica, vedeva il mondo.
Il manifesto di Provoke era radicale nelle premesse: “Le immagini visive non sono ideologiche di per sé. Non possono rappresentare la totalità di un’idea, né sono intercambiabili come le parole. Tuttavia, la loro irreversibile materialità — frammenti di realtà catturati dalla macchina fotografica — appartiene al rovescio del mondo del linguaggio. Le immagini fotografiche, quindi, provocano spesso inaspettatamente il linguaggio e le idee.” Era un tentativo di liberare la fotografia dalla servitù alla parola, di darle un’autonomia espressiva che nessuna didascalia potesse addomesticare.
Provoke durò tre numeri, poi il gruppo si sciolse in un conflitto interno tipicamente intellettuale: Nakahira, il più teoricamente rigoroso, cominciò a dubitare che l’astrazione delle loro immagini stesse davvero producendo effetti concreti sul mondo esterno. Lasciò il gruppo per perseguire una fotografia più diretta e documentaria, pubblicando poi il fondamentale saggio “Perché un libro di botanica illustrata?” in cui definì i precedenti lavori di Provoke come non abbastanza “neutri”. Ma paradossalmente, fu proprio lo stile are-bure-boke — quello che Nakahira voleva abbandonare — a sopravvivere e a influenzare la fotografia mondiale per decenni, fino ad arrivare alla street photography digitale contemporanea.
Daido Moriyama: Il Cane Randagio di Tokyo
Se Provoke è il movimento, Daidō Moriyama (nato nel 1938 ad Ikeda, Osaka) è il suo poeta più iconico, il suo Don Chisciotte, il suo cane randagio — metafora che Moriyama stesso ha usato spesso per descrivere il suo modo di stare nel mondo e nella fotografia.
Moriyama era arrivato alla fotografia quasi per caso: intorno ai venti anni aveva comprato una Canon IV Sb di seconda mano da un amico, e si era fatto un’idea piuttosto vaga di cosa farne. Aveva lavorato allo studio del fotografo Takeji Iwamiya a Osaka prima di trasferirsi a Tokyo nel 1961 per raggiungere il collettivo VIVO, che però stava per sciogliersi. Divenne invece assistente di Eikoh Hosoe, dal quale imparò i fondamenti tecnici della pratica fotografica — anche se, per tre anni di assistentato, non scattò una sola fotografia di propria iniziativa. Fu Hosoe, spazientito, a spingerlo a mostrargli il suo lavoro.
Quello che Moriyama aveva in mente era qualcosa di difficile da spiegare in termini convenzionali. Era una relazione con la macchina fotografica quasi fisica, violenta, come se lo strumento dovesse estendere non l’occhio ma l’intero sistema nervoso del fotografo nell’ambiente circostante. Le sue fotografie di Shinjuku — il quartiere bohémien e notturno di Tokyo, con le sue geisherie, i suoi locali, i suoi travestiti e i suoi senzatetto — sembrano scattate da qualcuno che corre senza fermarsi, che rapisce immagini più che fotografarle, che non chiede il permesso al mondo di essere ritratto.


Il suo fotobook Shashin yo Sayounara (“Addio Fotografia”, 1972) è uno dei testi più radicali della storia del medium: fotografie volutamente sovraesposte, stampate male, riciclate da lavori precedenti, costruite per mettere in crisi ogni idea di “qualità” fotografica. Era un libro che si interrogava sulla morte stessa del mezzo, scritto da qualcuno che amava profondamente la fotografia e forse per questo ne sentiva la fragilità e il pericolo. Ma c’è anche altro: Nippon Gekijō Shashinchō (“Album di Fotografie del Teatro del Giappone”, 1968) rivela un Moriyama capace di uno sguardo profondamente malinconico sul suo paese, capace di trovare bellezza nei posti più inaspettati — nei cartelloni strappati, negli asfalti bagnati di pioggia, nelle facce dei passanti colte di sorpresa o di notte.
Moriyama ha sempre dichiarato di aver trovato ispirazione non solo nei colleghi giapponesi, ma anche in William Klein, Andy Warhol, Jack Kerouac e Weegee — il fotografo newyorkese dei crimini notturni. Ha ricordato che nei primi anni Sessanta stava molto spesso intorno alla base americana di Yokosuka, osservando il modo in cui la cultura americana penetrava nella vita giapponese come un’onda che ridisegnava la riva. Questa tensione tra Giappone e America, tra tradizione e modernità, tra identità e assimilazione, percorre tutta la sua opera come una corrente sotterranea.
È significativo che Moriyama, nel 1974, abbia contribuito con Tōmatsu a fondare la Workshop Photography School di Tokyo, dove insegnava anche insieme a Nobuyoshi Araki, Eikoh Hosoe e Masahisa Fukase. L’immagine di questi giganti della fotografia giapponese che si ritrovano a insegnare insieme — ciascuno con una visione quasi incompatibile con quella degli altri — è una delle scene più belle e improbabili della storia del medium.
Nobuyoshi Araki: L’Eros Come Confessione
Nobuyoshi Araki è l’anomalia più grande della fotografia giapponese, l’artista che più di ogni altro ha provocato, scandalizzato, affascinato e diviso la critica internazionale. Nato a Tokyo nel 1940, dopo aver studiato fotografia e cinema alla Chiba University, Araki inizia la sua carriera come pubblicitario all’agenzia Dentsu. Nel 1971 pubblica Viaggio Sentimentale, un fotobook straordinariamente intimo che documenta il viaggio di nozze con la moglie Yoko: camere d’albergo, barche sui canali, corpi nudi, paesaggi visti dal finestrino del treno. Non c’era niente di simile nella fotografia giapponese precedente — quella intimità così domestica, quella confusione deliberata tra eros privato e documento pubblico.
Yoko morì nel 1990 di cancro alle ovaie. Araki fotografò gli ultimi giorni della moglie con la stessa costanza con cui aveva fotografato tutto il resto della sua vita, e pubblicò quelle immagini in Viaggio Invernale. Era un atto di dolore e di amore quasi insopportabile da guardare: il corpo di una donna morente, la sua fragilità, la sua bellezza che si sgretolava. Il confine tra lo sguardo del fotografo e quello del marito era dissolto, e forse era esattamente questo il punto.


Araki è famoso — e controverso — soprattutto per i suoi nudi femminili, per le donne legate con corde nel stile del kinbaku giapponese, per l’esplorazione dell’eros come zona di confine tra piacere e morte. La critica femminista ha a lungo interrogato il potere implicito in quelle immagini; Araki ha sempre risposto rivendicando la complicità delle soggette e affermando che la fotografia è per lui un atto di relazione, non di possesso. Il dibattito è aperto e legittimo. Quello che è indubitabile è che Araki — che ha pubblicato oltre 450 libri fotografici nel corso della sua carriera, con una produttività che ha dello sbalorditivo — ha trasformato la fotografia in una sorta di diario esistenziale totale, un gesto quotidiano di ancoraggio all’esistenza. La sua fotografia ossessiva non è accumulo: è preghiera laica, è il modo in cui un uomo tiene a bada la morte guardando la vita.
Eikoh Hosoe e la Danza con le Ombre
Non si può raccontare la fotografia giapponese del dopoguerra senza dedicare spazio a Eikoh Hosoe (1933-2023), uno dei suoi maestri più raffinati e misconosciuti fuori dal Giappone. Hosoe era il punto di incontro tra la fotografia d’avanguardia e il teatro, tra il documento e la performance. Il suo fotobook Kamaitachi (1969), realizzato in collaborazione con il danzatore e coreografo Tatsumi Hijikata — fondatore del Butoh, quella forma di danza della morte e della trasformazione che è forse l’espressione artistica più radicalmente giapponese del Novecento — è un capolavoro assoluto. Le fotografie sono scattate nelle campagne del Tōhoku, la regione rurale del nord del Giappone, con Hijikata che si muove attraverso paesaggi medievali, bambini stupiti, vecchie case di legno. Non si capisce se sia un rito, un sogno, una memoria di guerra o una visione post-atomica. Forse è tutto insieme.
Hosoe aveva anche un rapporto straordinario con il grande scrittore Yukio Mishima, che fotografò nell’esplicita serie Ordeal by Roses (Bara-kei, 1961-1962): Mishima in pose teatrali ispirate all’iconografia di San Sebastiano, il corpo muscoloso attraversato da frecce immaginarie, la morte come postura estetica. Mishima — che si sarebbe suicidato con il rituale del seppuku nel 1970, dopo un tentato colpo di stato militarista — era ossessionato dalla coincidenza di eros e morte. Hosoe lo fotografava come si fotografa qualcuno che sta già diventando mito. Quando Mishima morì, quelle fotografie assunsero un significato retroattivo che nessuno aveva potuto prevedere, diventando il ritratto di una certa idea giapponese di bellezza — intensa, effimera, autodistruttiva.


Hiroshi Hamaya: Tra la Terra e il Cielo
In una posizione leggermente defilata rispetto ai protagonisti urbani della fotografia giapponese, Hiroshi Hamaya (1915-1999) merita uno spazio a sé. Fotografo documentarista di formazione, Hamaya dedicò anni a documentare i costumi e i rituali delle comunità rurali della prefettura di Niigata con una sensibilità etnografica che non ha niente dell’esotismo turistico. Le sue fotografie di contadini nella neve del Tōhoku sono tra le più belle immagini che la fotografia giapponese abbia prodotto nel Novecento: figure umane immerse in un paesaggio che le sovrasta e le contiene, la luce nordica che trasforma la neve in qualcosa di quasi spirituale.
Ma Hamaya fu anche un fotoreporter politicamente impegnato. Il suo fotobook Ikari to Kanashimi no Kiroku (“Documentario di Rabbia e Tristezza”, 1960) documenta le proteste contro il trattato di sicurezza nippo-americano (ANPO) del 1960 — quelle stesse proteste che sarebbero state il contesto culturale dell’emergere di Provoke otto anni dopo. Hamaya fotografa le folle, gli scontri con la polizia, i volti dei manifestanti con la stessa cura con cui aveva fotografato i contadini nella neve: ogni soggetto portava la propria dignità, ogni momento era degno di essere conservato.


Il Photobook Come Opera d’Arte
Una delle caratteristiche più straordinarie della fotografia giapponese è la centralità del photobook — il libro fotografico come opera in sé, non come semplice contenitore di immagini. In Giappone, fin dagli anni Cinquanta, i fotografi hanno considerato il libro come il medium principale della loro espressione: non la mostra in galleria, non la stampa appesa al muro, ma la sequenza di pagine che si sfogliano, il ritmo che il fotografo controlla, il dialogo tra immagini che si costruisce attraverso l’impaginazione.
Riviste come Camera Mainichi — sostenuta dal quotidiano Mainichi Shimbun — e Asahi Camera — sostenuta dal gruppo Asahi — svolsero un ruolo cruciale negli anni Cinquanta e Sessanta, pubblicando non solo i lavori dei grandi fotografi emergenti ma anche discussioni critiche sulle mostre internazionali, consentendo a una generazione di artisti giapponesi di conoscere il lavoro di Walker Evans, Henri Cartier-Bresson o Robert Frank senza dover attraversare l’oceano.
Ma fu la cultura del photobook autoprodotto a fare la differenza. Provoke era già un dojin-shi, una pubblicazione autogestita e autoprodotta. Questa tradizione continuò negli anni Settanta con la fondazione di gallerie e spazi espositivi indipendenti, e si incrocia oggi con la straordinaria fioritura del photobook contemporaneo giapponese — uno dei mercati editoriali fotografici più vivaci e sofisticati del mondo.
Hiroshi Sugimoto: Il Tempo Come Soggetto


Con Hiroshi Sugimoto (nato nel 1948 a Tokyo) la fotografia giapponese compie un salto generazionale e concettuale verso una dimensione quasi filosofica, in cui il soggetto esplicito delle immagini è il tempo stesso. Sugimoto vive e lavora a New York dagli anni Settanta, e questa doppia appartenenza — giapponese nell’estetica, americano nell’approccio concettuale — è uno dei tratti fondamentali del suo lavoro.
La sua serie più famosa, Theaters, iniziata nel 1978, consiste in fotografie di cinema e drive-in americani in cui l’esposizione dura per l’intera proiezione del film: il risultato è uno schermo bianco, abbagliante, in cui tutte le immagini del film si sovrappongono e si annullano reciprocamente in luce pura. È un’idea semplice e devastante: la fotografia come accumulatore di tempo, lo schermo come luogo in cui tutte le storie si dissolvono nel nulla luminoso da cui sono venute. La serie Seascapes, iniziata nel 1980, è altrettanto radicale: orizzonti marini fotografati con esposizioni lunghe da luoghi diversi di tutto il mondo. L’oceano è sempre uguale a se stesso, sempre diverso, sempre e solo acqua e cielo — il paesaggio più antico e più contemporaneo che esista.
Sugimoto ha detto in più occasioni che il suo lavoro è influenzato dal concetto buddista di impermanenza — l’anicca — e dal modo in cui la fotografia, paradossalmente, congela ciò che per natura è fuggevole. C’è in questa affermazione tutta la distanza e tutta la vicinanza tra la sensibilità estetica giapponese e il concettualismo occidentale: Sugimoto parla buddismo in inglese, e il risultato è una fotografia che nessun’altra cultura avrebbe potuto produrre.
La Crisi Nucleare e il 3/11: Quando la Storia Ritorna
L’11 marzo 2011, un terremoto di magnitudo 9,0 colpì il nord-est del Giappone. Lo tsunami che ne seguì uccise quasi ventimila persone e causò il disastro della centrale nucleare di Fukushima. Per la terza volta nella storia recente — dopo Hiroshima, dopo Nagasaki — il Giappone si trovò a fare i conti con un catastrofe nucleare, con la violenza asimmetrica di una forza che l’occhio non può vedere ma i corpi sentono.
I fotografi giapponesi risposero in modo immediato e potente. Una mostra tenuta alla Japan Society di New York nel 2012, intitolata “In the Wake: Japanese Photographers Respond to 3/11”, raccoglieva le risposte di artisti come Takashi Arai — che realizzò dagherrotipi delle rovine dello tsunami collegandoli esplicitamente alle immagini delle bombe atomiche — Kikuji Kawada — con fotografie di cellule tumorali e eclissi solare che evocavano la contaminazione invisibile — e Nobuyoshi Araki, la cui risposta fu cupamente coerente con la sua intera opera.
La mostra rivelava qualcosa di essenziale: in Giappone, le catastrofi non si archiviano. Si sedimentano, si sovrappongono, creano strati di memoria che ogni nuova generazione di fotografi è chiamata a riattraversare. Fukushima non era solo Fukushima: era Hiroshima e Nagasaki riattraversati attraverso decenni di storia, era la stessa domanda che Tōmatsu aveva posto nel 1961 davanti alla bottiglia deformata dalla bomba, era il medesimo orrore sotto una forma diversa.
La Generazione Digitale: Nuovi Occhi, Vecchie Anime
La transizione dalla pellicola al digitale — che in Giappone, paradossalmente, è stata al tempo stesso anticipata nell’industria e resistita nell’estetica — ha prodotto una nuova generazione di fotografi che guardano al passato con reverenza critica e al presente con occhi aperti su un mondo globale.
Rinko Kawauchi (nata nel 1972 a Shiga) è forse la voce più poetica di questa generazione. I suoi tre fotolibri pubblicati contemporaneamente nel 2001 — Utatane, Hanabi e Hanako — la imposero immediatamente sulla scena fotografica internazionale. Il suo sguardo è il contrario di quello di Moriyama: dove lui aggredisce la realtà con contrasti estremi e movimento fisico, lei si avvicina in silenzio, con il formato quadrato del 6×6, a microcosmi quotidiani che diventano universi nella sua composizione. Una goccia d’acqua su un petalo, una mano di bambino, la luce del pomeriggio su un pavimento di legno — soggetti di una banalità teoricamente disarmante, resi straordinari da uno sguardo che porta il peso di tremila anni di estetica del mono no aware, quella consapevolezza della bellezza e della fugacità delle cose che pervade tutta la cultura visiva giapponese.
Kawauchi ha detto: “Nelle mie foto non c’è mai un evento; racconto il quotidiano.” Ed è proprio in questo quotidiano senza eventi che lei trova la fotografia più densa di significato: non nel gesto straordinario, ma nella ripetizione silenziosa dell’ordinario, in quei momenti in cui la vita si mostra a se stessa nella sua forma più essenziale. Il suo approccio organico al lavoro è altrettanto significativo: “Fare fotografie è come fare la spesa e poi riordinare tutto nei cassetti. Solo in camera oscura inizio a capire cosa ho cercato davvero.”
Accanto a Kawauchi, si sono affermate negli anni Novanta e Duemila anche figure come Yurie Nagashima — con la sua esplorazione intimista della vita familiare e del corpo femminile — e Ryoko Suzuki, che affronta invece in modo diretto i temi della violenza di genere e della pressione sociale sulle donne in Giappone. Una nuova generazione di fotografe sta ridefinendo i confini di quello che la fotografia giapponese può e deve dire, allargando il campo tematico e formale in direzioni che i maestri del passato non avevano esplorato.
Hiroshi Sugimoto continua a lavorare con la stessa intensità concettuale di sempre, ma è affiancato ora da artisti come Naoya Hatakeyama — che fotografa i processi industriali e urbani con una maestria formale che li trasforma in paesaggi sublimi — e Daisuke Yokota, rappresentante di una tendenza più recente che dissolve le forme in immagini evanescenti al confine tra il visibile e l’invisibile.Tradizione e Trasformazione: Il Senso del Tempo Giapponese
C’è una domanda che attraversa tutta questa storia e che vale la pena formulare esplicitamente: cos’è che rende la fotografia giapponese riconoscibilmente giapponese? Perché un’immagine di Moriyama non può essere scambiata per un’immagine di William Klein, pur avendo la stessa granulosità urbana? Perché una fotografia di Kawauchi non assomiglia a nessun’altra fotografia di fiori e luce diffusa che esista al mondo?
La risposta non è semplice, né univoca, ma ci si può avvicinare partendo da alcune costanti della sensibilità estetica giapponese. Il mono no aware — l’acuta malinconia per la transitiorietà delle cose — è probabilmente la più citata di queste costanti, ma va usata con cautela: non è sentimentalismo, non è nostalgia nel senso occidentale del termine. È piuttosto una struttura del tempo, un modo di percepire la presenza delle cose come già attraversata dall’assenza. I fiori di ciliegio sono belli perché cadono, non nonostante cadano. La fotografia — che congela ciò che è già sparito nel momento stesso in cui lo mostra — è il medium perfetto per questa sensibilità.
Poi c’è il wabi-sabi, quell’apprezzamento della bellezza nell’imperfezione, nel logoro, nell’incompleto, che ha radici profonde nell’estetica del tè e nel buddismo zen. Non è difficile vedere come questo si colleghi all’estetica are-bure-boke di Provoke: le fotografie granulosa e sfuocate non erano solo una dichiarazione politica, erano anche — inconsciamente o no — l’espressione di una sensibilità estetica che aveva radici nella tradizione giapponese più antica. La grana è la texture della materia che invecchia, la mossa è il momento che sfugge, la sfocatura è la realtà che non si lascia mai possedere completamente.
E infine c’è il rapporto con il corpo e con l’eros — presente in modo così potente in Araki, in Hosoe, in tutta la tradizione del nudo giapponese — che non è mai del tutto separabile dal rapporto con la morte. Il shunga, la tradizione erotica della stampa ukiyo-e, è pervasa di questo intreccio: il piacere come eccesso che sfida la mortalità, il corpo come luogo in cui la vita è più intensa perché più vicina alla sua fine. Non è un caso che i fotografi giapponesi tornino ossessivamente su questi temi: li portano nel sangue da secoli.
Tradizione e Trasformazione: Il Senso del Tempo Giapponese
Le grandi narrazioni storiche hanno il difetto di trasformare gli esseri umani in simboli. Vale la pena, a questo punto, tornare a qualche storia concreta.
C’è quella di Daido Moriyama che racconta come il suo primo grande libro fotografico, Japan: A Photo Theater (1968), sia nato in parte grazie al poeta Shūji Terayama, intellettuale geniale e irregolare che scrisse il testo del volume. Moriyama e Terayama si frequentavano nei circoli dell’avanguardia teatrale tokyoita, e fu quella frequentazione — quello stare insieme di artisti di discipline diverse in locali fumosi di Shinjuku — a produrre alcune delle più belle fotografie del Giappone urbano degli anni Sessanta.
C’è Nobuyoshi Araki che ricorda come, alla fine degli anni Cinquanta, abbia visto per la prima volta le fotografie di Shōmei Tōmatsu in una rivista e abbia pensato che “senza Tōmatsu, la fotografia giapponese del dopoguerra sarebbe stata molto più dolce.” Quella conversazione immaginaria tra un giovane Araki ancora sconosciuto e un Tōmatsu già riconosciuto come maestro è toccante nella sua franchezza: Araki che ammette di aver capito cosa voleva fare guardando qualcun altro.C’è Ken Domon che continua a fotografare su sedia a rotelle, con un solo braccio funzionante, producendo immagini di statue buddiste di una precisione sovrumana — e che a chi glielo faceva notare rispondeva che la fotografia non richiedeva due braccia, richiedeva un occhio.
C’è Hiroshi Sugimoto che, interrogato su cosa lo avesse spinto a fotografare schermi cinematografici con esposizioni di due ore, ha risposto: “Volevo vedere cosa restava di un film quando lo si guardava tutto in una volta sola. La risposta è: la luce. Solo la luce.” C’è qualcosa di buddista e di molto comico insieme in questa risposta — come se la risposta alla domanda sul senso del cinema fosse, in fondo, ovvia.Lo Sguardo sul Mondo: La Fotografia Giapponese e il Dialogo Internazionale
La fotografia giapponese non è mai stata un monolite isolato. Fin dai primi anni del dopoguerra, i fotografi giapponesi hanno guardato al mondo con grande curiosità, assorbendo influenze da Henri Cartier-Bresson, Robert Frank, William Klein e dalla tradizione documentarista americana. Ma il flusso è andato in entrambe le direzioni: la mostra “New Japanese Photography” al Museum of Modern Art di New York nel 1974, curata da John Szarkowski e Shoji Yamagishi, portò per la prima volta all’attenzione internazionale la generazione di Moriyama, Tōmatsu, Hosoe, Ken Domon e altri, creando uno spaesamento produttivo nel pubblico americano abituato a tutt’altra fotografia.
Szarkowski — uno dei più influenti curatori fotografici del Novecento — rimase sorpreso dalla radicalità delle proposte giapponesi. In un’intervista dell’epoca disse che quelle fotografie mettevano in discussione cose che lui credeva scontate sulla fotografia, e che uscì dalla mostra con meno certezze di quante ne avesse avute entrando. Non è un complimento da poco, venendo dall’uomo che aveva scoperto e promosso Garry Winogrand, Diane Arbus e Lee Friedlander.
Il riconoscimento internazionale della fotografia giapponese è cresciuto esponenzialmente dagli anni Novanta in poi, con l’apertura del Tokyo Metropolitan Museum of Photography (1990), la proliferazione di mostre dedicate a fotografi giapponesi nelle principali istituzioni museali mondiali — dal MoMA al Tate Modern, dalla Fondation Cartier al SFMOMA — e la crescente attenzione del mercato del fotobook per le edizioni giapponesi, spesso già esaurite nel momento stesso in cui vengono annunciate.Il curatore Filippo Maggia, in occasione della mostra “Japan. Corpi, Memorie e Visioni” ospitata al Magazzino delle Idee di Trieste nel 2026, ha osservato che la fotografia giapponese — “riconosciuta sin dagli anni Trenta del Novecento come una delle scuole fotografiche più importanti a livello internazionale” — sta oggi aprendo a interpretazioni che corrispondono a un rinnovamento generazionale, con i giovani artisti che assumono come riferimento non solo la complessità del proprio paese ma anche i mutamenti globali. Un cambio di paradigma significativo, che non cancella ma arricchisce la tradizione.
…e l’industria
È impossibile non accennare, anche brevemente, all’industria fotografica giapponese — che meriterà un articolo a sé, come previsto in questa rubrica. Il dominio globale di Nikon, Canon, Olympus, Minolta, Pentax e Fujifilm nel mercato delle macchine fotografiche non è separabile dalla storia culturale della fotografia giapponese: fu proprio la familiarità profonda con gli strumenti fotografici — la disponibilità di materiali, la cultura del gadget tecnologico, la democratizzazione dell’accesso alla fotocamera — a creare le condizioni perché una cultura fotografica così ricca e sperimentale potesse svilupparsi. L’industria e l’arte si sono alimentate a vicenda in Giappone in un modo che non ha precedenti in nessun’altra nazione.
L’Occhio che Non Si Ferma
Tornando al paradosso iniziale: il Giappone ha messo la fotocamera in mano a tutto il mondo e, al tempo stesso, ha prodotto fotografi che hanno usato quella macchina per mettere in discussione ogni certezza visiva. Ha industrializzato lo sguardo e ne ha mostrato i limiti. Ha democratizzato l’immagine e ne ha rivelato la fragilità.
Forse non è un paradosso. Forse è la forma più alta che l’intelligenza critica può assumere: usare uno strumento con tale padronanza da riuscire a interrogarne la natura più profonda. I grandi fotografi giapponesi — da Tōmatsu a Moriyama, da Hosoe ad Araki, da Sugimoto a Kawauchi — hanno fatto esattamente questo: hanno preso il mezzo della chiarezza visiva e lo hanno usato per esplorare l’ambiguità dell’esistenza, per cartografare le zone d’ombra della storia nazionale, per trovare la bellezza negli interstizi di una modernità caotica.
Il fatto che questo occhio continui a guardare, che nuove generazioni di fotografi giapponesi continuino a produrre lavori capaci di sorprendere il mondo, è la prova migliore che la tradizione è viva. Non come museo, non come nostalgia: come energia.
Come diceva Moriyama — e non sarà mai abbastanza citato —: “Ogni volta che prendo in mano la macchina fotografica, sono un cane randagio che annusa il mondo per la prima volta.”
Il prossimo numero di SuperVision dedicherà un ampio approfondimento all’industria fotografica giapponese: da Nikon a Canon, da Fujifilm a Sony, la storia di come il Giappone ha conquistato il mercato mondiale delle fotocamere e cambiato per sempre il modo in cui il mondo fotografa.
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Quando l’immagine diventa struttura
Fotografia e grafica non si incontrano: si costruiscono a vicenda, ridefinendo continuamente il linguaggio visivo dell’editoria e della pubblicità.
Paola Ravasi
C’è qualcosa di profondamente fuorviante nel modo in cui continuiamo a raccontare il rapporto tra fotografia e grafica. Le immagini vengono scattate, si dice, e poi qualcuno le “impagina”, le organizza, le rende leggibili. È una narrazione lineare, rassicurante, perfino comoda. Ma è anche una costruzione che semplifica eccessivamente ciò che, nella realtà dei processi visivi, è molto più instabile, reciproco, e soprattutto simultaneo. Fotografia e grafica non si succedono: si condizionano a vicenda nello stesso momento in cui prendono forma.
Pensare la fotografia come contenuto e la grafica come contenitore significa fraintendere la natura stessa dell’immagine contemporanea. Non esiste una fotografia “pura” che poi viene interpretata dalla grafica. Esiste, piuttosto, un campo di forze in cui ogni elemento — luce, composizione, testo, ritmo della pagina — contribuisce alla costruzione del significato. Come ha suggerito Roland Barthes, l’immagine non è mai neutra, e ciò che leggiamo in essa è sempre il risultato di un sistema di codici.
La grafica è uno di questi codici, ma non è secondario. È quello che spesso decide la direzione della lettura.Non organizza l’immagine: ne determina il senso.
Una fotografia isolata mantiene una certa ambiguità, una disponibilità interpretativa. Ma nel momento in cui entra in una pagina, in un manifesto, in un sistema visivo, questa ambiguità viene guidata, orientata, talvolta ridotta, talvolta amplificata. Il modo in cui un’immagine viene tagliata, accostata ad altre, accompagnata da testo o lasciata nel silenzio del bianco, modifica radicalmente ciò che quella fotografia “dice”.
Se si torna alle origini della fotografia, questa tensione appare in modo quasi fisico. Nel XIX secolo, le immagini fotografiche non erano ancora integrate nel linguaggio editoriale. Venivano inserite nelle pubblicazioni come elementi estranei, spesso incollati sulle pagine, circondati da testo tipografico che non dialogava con loro. La fotografia era presente, ma non ancora pensata come parte di un sistema visivo.Era un corpo nuovo in un linguaggio antico.
La svolta arriva quando questa estraneità viene accettata non come limite, ma come possibilità. Le avanguardie del primo Novecento, e in particolare figure come László Moholy-Nagy, comprendono che la fotografia non deve adattarsi alla grafica esistente. Deve contribuire a ridefinirla.
Nel lavoro di Moholy-Nagy, la fotografia perde il suo statuto di semplice registrazione del reale. Diventa un materiale progettuale. I fotomontaggi, le sovrapposizioni, i tagli radicali non sono effetti estetici, ma strumenti per costruire una nuova grammatica visiva. In questo senso, fotografia e grafica smettono di essere discipline separate e iniziano a condividere lo stesso terreno: quello della progettazione.
Non si tratta più di rappresentare il mondo, ma di riorganizzarlo.
Questa consapevolezza trova una delle sue applicazioni più raffinate nella stagione delle grandi riviste illustrate del Novecento. Quando Alexey Brodovitch assume la direzione artistica di Harper’s Bazaar, la pagina smette definitivamente di essere uno spazio neutro. Diventa un dispositivo dinamico, una superficie in tensione.La pagina non ospita immagini: le mette in scena.
Brodovitch lavora sul ritmo visivo con un approccio quasi musicale. Le fotografie non sono semplicemente allineate, ma orchestrate. Il bianco della pagina diventa pausa, respiro, ma anche tensione. Le immagini si interrompono, si sfiorano, si contraddicono. Il testo non descrive, ma entra nel gioco, diventando parte della composizione.
In questo contesto, fotografi come Richard Avedon trovano uno spazio in cui l’immagine può espandersi oltre i propri limiti. Avedon costruisce fotografie che non sono mai completamente autonome. I suoi soggetti, spesso colti in movimento, sembrano consapevoli della pagina che li ospiterà. Il gesto, lo sguardo, persino lo spazio negativo sono pensati in funzione di una relazione con il layout.
È qui che si rompe definitivamente l’illusione dell’autonomia fotografica. L’immagine non è più un oggetto finito, ma una componente di un sistema più ampio.
Questa dinamica diventa ancora più evidente nella pubblicità, dove la relazione tra fotografia e grafica si fa esplicitamente strategica. Non si tratta più solo di costruire un discorso visivo, ma di orientare un comportamento, di generare desiderio, di produrre identificazione.
Nel lavoro di Helmut Newton, questa tensione raggiunge una forma particolarmente intensa. Le sue immagini, cariche di ambiguità e potere, sembrano sempre sul punto di sfuggire a una lettura univoca. Ma è proprio la grafica a trattenerle, a incanalarle, a renderle funzionali a un sistema di significato più ampio.Un titolo, una scelta tipografica, un posizionamento nello spazio della pagina possono trasformare completamente la percezione di un’immagine. La stessa fotografia può essere letta come provocazione, come eleganza, come ironia o come critica, a seconda del contesto in cui viene inserita.
Questo non significa che la grafica domini la fotografia. Significa che il significato emerge sempre dalla loro relazione. È una distinzione sottile, ma fondamentale. Parlare di gerarchie è spesso un modo per semplificare un rapporto che, in realtà, è molto più fluido e instabile.
Con l’avvento del digitale, questa instabilità è diventata la norma. Strumenti come Adobe Photoshop e Adobe InDesign non hanno semplicemente accelerato i processi, ma li hanno trasformati. La distinzione tra scatto e impaginazione, tra produzione e post-produzione, si è progressivamente dissolta.
Oggi, un’immagine nasce già dentro un sistema grafico, anche quando non è evidente. La fotografia è pensata per uno schermo, per un feed, per una sequenza. Il formato, la leggibilità, la velocità di fruizione influenzano già il momento dello scatto.
Eppure, questa integrazione tecnica non sempre si traduce in una maggiore consapevolezza. Al contrario, spesso produce una standardizzazione del linguaggio visivo. Template, griglie predefinite, estetiche ricorrenti: la relazione tra fotografia e grafica rischia di diventare automatica, prevedibile.Quando tutto funziona, spesso non significa nulla.
È il paradosso della contemporaneità visiva. Le immagini sono sempre più efficaci, ma sempre meno memorabili. La grafica ottimizza, la fotografia si adatta, ma il risultato è spesso una superficie liscia, priva di attrito.
Ed è proprio l’attrito, invece, a generare significato.
Come osservava Susan Sontag, le immagini non sono mai innocenti. Portano con sé visioni del mondo, costruzioni culturali, implicazioni politiche. La grafica può nascondere queste dimensioni, rendendole invisibili, oppure può esporle, rendendo evidente il dispositivo.
È una scelta, non un effetto collaterale.
In questo senso, il rapporto tra fotografia e grafica diventa una questione etica oltre che estetica. Non si tratta solo di creare immagini efficaci, ma di interrogarsi su ciò che queste immagini producono nel mondo. Su come orientano lo sguardo, su quali narrazioni rafforzano, su quali possibilità escludono.

Forse, allora, la vera sfida non è trovare un equilibrio tra fotografia e grafica, ma accettare che questo equilibrio non esiste. Esiste, piuttosto, una tensione continua, un dialogo fatto di negoziazioni, di scarti, di decisioni che spesso avvengono sotto la soglia della consapevolezza.
È in questo spazio instabile che nascono le immagini più interessanti. Non quelle perfettamente risolte, ma quelle che mantengono una certa ambiguità, che resistono a una lettura immediata, che chiedono tempo.
In un’epoca in cui tutto spinge verso la semplificazione e la velocità, scegliere di lavorare sulla complessità è quasi un atto controcorrente. Ma è anche, forse, l’unico modo per restituire alla cultura visiva una profondità che rischia di andare perduta.Non è una questione di stile, ma di posizione.
Continuare a pensare fotografia e grafica come strumenti separati significa accettare una visione riduttiva dell’immagine. Riconoscere la loro interdipendenza, invece, significa aprire uno spazio critico, in cui ogni scelta visiva diventa significativa.
E in fondo, è proprio lì che si gioca tutto: non nella singola immagine, ma nella relazione che la rende leggibile. -
Il punto in cui perdiamo il controllo
L’intelligenza artificiale nella fotografia non è uno strumento neutro: è uno specchio che mette in crisi il nostro modo di creare, decidere e firmare un’immagine.
C’è una domanda che attraversa silenziosamente la fotografia contemporanea, e non è tecnica. Non riguarda quale software usare, né quale macchina comprare, né quale preset applicare. È una domanda più scomoda, più lenta, e proprio per questo spesso evitata: fino a che punto l’uso dell’intelligenza artificiale ci aiuta, e da quale momento inizia a sostituirci?
Non è una questione teorica.
È una tensione quotidiana.
Perché oggi non stiamo semplicemente usando nuovi strumenti. Stiamo lavorando con sistemi che non eseguono istruzioni, ma prendono decisioni. Sistemi che non si limitano a correggere un’esposizione o rimuovere una macchia, ma che possono riscrivere parti dell’immagine, suggerire alternative, generare variazioni plausibili spesso migliori di quelle che avremmo immaginato.
Ed è qui che il confine si fa sfuggente.
Per anni abbiamo costruito un’idea di fotografia basata sul controllo. Anche nella post-produzione più estrema, quella dei grandi ritocchi editoriali, c’era sempre una gerarchia chiara: il fotografo decideva, il software eseguiva. La manipolazione era uno strumento, non un interlocutore.Oggi questa gerarchia è cambiata.
L’AI non si limita a fare ciò che chiediamo. Interpreta. Propone. A volte anticipa.
E questo introduce un elemento nuovo: la negoziazione.
Il problema non è l’uso dell’AI in sé. Il problema è la sua invisibilità.
Quando un intervento diventa così fluido da non essere più percepito come tale, smettiamo di interrogarci su chi sta realmente costruendo l’immagine. E qui si apre una frattura: non tra analogico e digitale quella è una discussione ormai superata ma tra intenzione e risultato.
Perché il rischio non è perdere autenticità. È perdere consapevolezza.
Negli anni, abbiamo accettato ogni evoluzione tecnica della fotografia. Dal passaggio alla pellicola a colori, al digitale, alla post-produzione avanzata. Ogni volta c’è stato un momento di resistenza, seguito da una normalizzazione. E ogni volta il linguaggio si è adattato.
Ma questa volta c’è una differenza sostanziale.
Non stiamo solo migliorando strumenti. Stiamo introducendo un livello di autonomia.
E l’autonomia, in un processo creativo, è sempre problematica.C’è un punto molto concreto in cui questa tensione emerge: il flusso di lavoro.
L’AI promette velocità. Automatizza operazioni che prima richiedevano tempo, precisione, esperienza. Scontorna, pulisce, ricostruisce, suggerisce. Riduce drasticamente il tempo tra scatto e consegna.
E questo, per chi lavora nella fotografia, soprattutto commerciale, è un vantaggio evidente.
Ma la velocità ha un costo.
Riduce lo spazio di riflessione.
Quando un’immagine può essere modificata in tempo reale, testata in dieci varianti, ottimizzata in pochi minuti, il processo decisionale cambia. Non si sceglie più un’immagine. Si naviga tra possibilità.E questa abbondanza, paradossalmente, indebolisce la decisione.
Qui torna utile una riflessione implicita nel lavoro di Roland Barthes: il significato di un’immagine non è mai completamente controllabile. C’è sempre qualcosa che sfugge, che emerge, che non è previsto.
Ma se ogni elemento può essere corretto, sostituito, ottimizzato cosa resta da emergere?
Il rischio è che l’immagine diventi completamente intenzionale.
E un’immagine completamente intenzionale è spesso un’immagine morta.
Non è un caso che molte delle estetiche contemporanee più interessanti vadano nella direzione opposta. Imperfezione, errore, instabilità. Non come nostalgia, ma come strategia.
È un tentativo consapevole o meno di reintrodurre una zona di incertezza.
Perché è proprio lì che si gioca l’identità del fotografo.
Non nella capacità di ottenere un risultato perfetto, ma nella capacità di decidere cosa non controllare.
E qui arriviamo al punto più scomodo.
Se un software può generare un’immagine coerente, credibile, esteticamente valida qual è il ruolo del fotografo?
La risposta più semplice sarebbe: l’idea.Ma non è così semplice.
Perché anche le idee, oggi, possono essere suggerite, amplificate, rielaborate da sistemi generativi. L’AI non crea nel vuoto. Lavora su un archivio immenso di immagini, stili, linguaggi.
E quindi, inevitabilmente, tende a produrre immagini che funzionano.
Il problema è che ciò che funziona non è sempre ciò che resta.
Qui si inserisce una linea che attraversa tutta la storia della fotografia. Da Richard Avedon a Helmut Newton, le immagini che hanno segnato davvero il linguaggio non erano necessariamente perfette. Erano riconoscibili.
Avevano una posizione.
E una posizione implica scelta. E la scelta implica rinuncia.
L’AI, invece, tende a ridurre la necessità di rinunciare. Offre sempre un’alternativa migliore, più pulita, più efficace.Ma se non siamo costretti a scegliere, stiamo davvero decidendo?
C’è poi un altro livello, più sottile: quello del disagio.
Molti fotografi oggi sperimentano una forma di ambivalenza. Usano l’AI, ne riconoscono l’efficacia, ma allo stesso tempo percepiscono una perdita.
Non è nostalgia per il passato. È una sensazione più difficile da definire: quella di non essere più completamente responsabili dell’immagine.
E questa sensazione genera una domanda implicita:
questa immagine è ancora mia?La risposta, forse, non è binaria.
Perché la fotografia non è mai stata un atto puro. È sempre stata mediata da strumenti, tecnologie, contesti. Ma ogni volta, il fotografo manteneva un margine di decisione.
Oggi quel margine si sta ridefinendo.
E qui entra in gioco un aspetto pragmatico, spesso ignorato: il cliente.
Al cliente non interessa il processo. Non interessa se l’immagine è stata costruita con pellicola, Photoshop o AI. Interessa il risultato.Questo sposta ulteriormente l’equilibrio.
Perché introduce una pressione verso l’efficienza. Se l’AI permette di ottenere risultati migliori in meno tempo, diventa difficile non usarla.
E allora la domanda cambia.
Non è più “se” usarla, ma “come”.
E soprattutto: quanto.
Perché il problema non è l’integrazione dell’AI nel flusso di lavoro. È la sua sostituzione del processo decisionale.
Usarla per velocizzare operazioni tecniche è una cosa. Usarla per prendere decisioni estetiche è un’altra.
E il confine tra le due è sempre più sottile.
Forse, allora, la questione non è stabilire un limite oggettivo impossibile, e probabilmente inutile ma costruire un limite personale.
Una linea interna.
Non definita dalla tecnologia, ma dalla posizione del fotografo.Cosa sono disposto a delegare?
Cosa voglio ancora controllare?
Cosa considero parte del mio linguaggio?Sono domande scomode, perché non hanno risposte universali.
Ma sono necessarie.
Perché, alla fine, la fotografia non è mai stata solo un’immagine.
È sempre stata una presa di posizione sul mondo.
E oggi, più che mai, questa posizione non passa solo da ciò che fotografiamo, ma da come scegliamo di costruire quell’immagine.
L’AI non distruggerà la fotografia.
Ma cambierà e sta già cambiando il modo in cui decidiamo cosa significa essere fotografi.
E forse il vero rischio non è usarla troppo.
È usarla senza sapere dove finiamo noi e dove inizia lei. -
Quando l’immagine non esiste ancora
La fotografia come sospensione: tra gesto, attesa e costruzione della realtà
C’è un momento nella fotografia che raramente viene raccontato. Non è lo scatto, non è l’immagine finita, non è nemmeno la memoria che quella fotografia produrrà nel tempo. È un intervallo, una sospensione. Un tempo imperfetto e instabile in cui l’immagine è già accaduta ma non è ancora visibile. Nel mondo analogico era il tempo tra l’esposizione e lo sviluppo. Oggi, nel digitale, è quell’istante infinitesimale — eppure densissimo — tra il click e la comparsa dell’immagine sullo schermo.
È qui che si colloca quella che possiamo chiamare immagine latente.
Non nel senso tecnico, ma nel senso culturale.
L’immagine latente non è semplicemente un file non ancora aperto o una pellicola non ancora sviluppata.
È una condizione. È lo stato in cui la fotografia esiste senza poter essere verificata.
È, in altre parole, il momento in cui il fotografo deve convivere con il dubbio.
E il dubbio, oggi, è diventato raro.Viviamo in un sistema visivo che ha eliminato quasi completamente l’attesa. Lo scatto è immediatamente verificabile, correggibile, ripetibile. La fotografia non è più un rischio, ma un processo iterativo. Si scatta per vedere, si vede per correggere, si corregge per ottenere. È una catena di controllo.
Ma proprio in questo contesto, il momento dell’immagine latente assume un valore nuovo. Non più tecnico, ma quasi filosofico. Perché è l’unico spazio rimasto in cui l’immagine sfugge.
Nel mondo analogico, questo momento era inevitabile. La pellicola registrava la luce, ma l’immagine restava invisibile fino allo sviluppo. Il fotografo doveva fidarsi del proprio gesto, della propria esposizione, della propria intuizione. Non c’era conferma immediata. C’era solo memoria e previsione.Questa distanza produceva una forma di responsabilità.
Scattare significava accettare che qualcosa potesse fallire. Che l’immagine non fosse come la si immaginava. Che il reale — filtrato attraverso tecnica, errore e materia — restituisse qualcosa di inatteso.
Non era solo un limite tecnico. Era una condizione epistemologica.
Con il digitale, questa condizione è stata progressivamente cancellata. L’immagine non è più latente: è immediata. E questa immediatezza ha trasformato il modo in cui pensiamo, produciamo e consumiamo le immagini.La fotografia è diventata un atto verificabile.
E quando un atto è verificabile, smette di essere completamente intuitivo.
Qui emerge una prima tensione: la perdita dell’immagine latente coincide con la perdita di una zona di incertezza creativa. Non è un caso che molti fotografi contemporanei cerchino, in modo più o meno consapevole, di reintrodurre questa incertezza. Non attraverso la tecnologia, ma attraverso l’estetica.
Il mosso, il fuori fuoco, la sovraesposizione, l’errore controllato: sono tutte strategie per simulare una perdita di controllo. Non sono più limiti, ma scelte. Tentativi di ricostruire uno spazio in cui l’immagine non sia completamente dominata.È una forma di nostalgia?
Forse.
Ma è anche una risposta.
Perché l’immagine perfettamente controllata — quella che il digitale rende possibile — ha un problema: tende a perdere credibilità.
Non perché sia falsa, ma perché è troppo risolta. Troppo chiara, troppo definita, troppo verificata.
E qui torna utile una riflessione di Susan Sontag: fotografare è sempre un atto di appropriazione della realtà.
Ma cosa succede quando questa appropriazione diventa totale? Quando non resta più nulla che sfugge?
Succede che l’immagine smette di essere esperienza e diventa superficie.L’immagine latente, invece, introduce una crepa.
È il momento in cui il fotografo non possiede ancora l’immagine.
In cui deve aspettare. In cui l’atto fotografico non è completo.Questa incompletezza è fondamentale.
Perché apre uno spazio di immaginazione.
Nel tempo della latenza, il fotografo costruisce mentalmente l’immagine. La rivede, la corregge nella propria memoria, la anticipa. È un processo invisibile, ma potentissimo. L’immagine non è ancora visibile, ma è già attiva.
In questo senso, l’immagine latente è anche un’immagine mentale.
E forse è proprio qui che si gioca una differenza fondamentale tra fotografia analogica e digitale: non tanto nella qualità tecnica, ma nel rapporto tra immagine e immaginazione.Nel digitale, l’immagine tende a sostituire l’immaginazione. Nel momento in cui appare sullo schermo, chiude il processo.
Non c’è più spazio per il dubbio, perché la verifica è immediata.
Nel mondo analogico, invece, l’immagine latente mantiene aperto il processo. Lo prolunga. Lo rende instabile.
E questa instabilità ha un valore culturale enorme.
Se pensiamo al lavoro di Roland Barthes, in particolare al concetto di punctum, possiamo leggere l’immagine latente come una condizione preliminare a quella ferita emotiva che la fotografia può produrre.
Il punctum non è programmabile, non è controllabile. È ciò che emerge.
Ma per emergere, ha bisogno di uno spazio di indeterminazione.Se tutto è già visibile, già controllato, già previsto, cosa resta da emergere?
Allo stesso modo, nei ritratti di Richard Avedon, la tensione non deriva dalla perfezione tecnica, ma dalla vulnerabilità del soggetto.
E quella vulnerabilità è possibile solo perché qualcosa sfugge al controllo. Non tutto è previsto, non tutto è verificabile.
Anche Helmut Newton, pur lavorando con una costruzione estremamente rigorosa, lasciava spazio a una forma di instabilità psicologica.
Le sue immagini sono controllate, ma mai completamente chiuse.
In entrambi i casi, l’immagine non è mai totalmente posseduta.E questo è il punto.
L’immagine latente non è un residuo del passato.
È una condizione necessaria per mantenere aperta la fotografia come linguaggio.
Nel mondo contemporaneo, questa condizione non è più tecnica, ma deve essere costruita.
Attraverso il tempo, attraverso il processo, attraverso la scelta di non verificare immediatamente.
Alcuni fotografi, ad esempio, scelgono deliberatamente di non guardare lo schermo dopo lo scatto.
È un gesto semplice, quasi banale. Ma introduce una frattura.Ritarda la visione.
E nel ritardo, riappare l’immagine latente.
Non come necessità, ma come scelta.Questa scelta ha implicazioni profonde.
Significa accettare di non sapere subito.
Significa rinunciare a una parte del controllo. Significa restituire alla fotografia una dimensione di rischio.
E il rischio, oggi, è diventato un valore raro.
Perché viviamo in un sistema visivo che premia la prevedibilità.
Le immagini devono essere leggibili, immediate, condivisibili.
Devono funzionare rapidamente.L’immagine latente, invece, introduce lentezza.
E la lentezza è incompatibile con il consumo veloce delle immagini.
Ma proprio per questo, può diventare uno strumento critico.
Non si tratta di tornare nostalgicamente all’analogico.
Non è una questione di tecnologia. È una questione di postura.
Di come scegliamo di relazionarci all’immagine.
Possiamo continuare a produrre immagini perfettamente controllate, immediatamente verificabili, completamente risolte.
Oppure possiamo cercare di reintrodurre una zona di indeterminazione.Uno spazio in cui l’immagine non sia ancora.
Uno spazio in cui l’immagine esiste, ma non è ancora visibile.
Uno spazio in cui il fotografo non è completamente in controllo.In fondo, la fotografia nasce proprio lì.
Non nel momento in cui vediamo, ma nel momento in cui non vediamo ancora.
E forse, in un’epoca ossessionata dalla visibilità totale, il gesto più radicale che possiamo fare non è produrre nuove immagini.
Ma restare, anche solo per un attimo, in quel tempo sospeso in cui l’immagine non esiste ancora — e proprio per questo, è ancora possibile. -
L’illusione della luce naturale
Paola Ravasi
La fotografia contemporanea ha costruito un mito potente: quello della luce naturale come forma di verità. Ma ciò che appare spontaneo è spesso il risultato di una costruzione precisa, invisibile e profondamente culturale.
La fotografia contemporanea ha costruito un mito difficile da smontare: quello della luce naturale come forma di verità. Nella percezione comune, ciò che è illuminato dal sole appare più autentico, più spontaneo, meno costruito. È una convinzione diffusa, quasi automatica, che associa la luce naturale a una sorta di neutralità dello sguardo.Eppure, questa idea è profondamente fuorviante.
La fotografia non ha mai avuto accesso a una realtà neutra.
Fin dalle sue origini, ogni immagine è il risultato di una serie di decisioni: dove posizionarsi, quando scattare, cosa includere, cosa escludere. Anche prima di parlare di tecnica, esiste già una scelta di sguardo.
E la luce, in questo contesto, non è un elemento passivo, ma una materia attiva, che viene selezionata, interpretata e utilizzata per costruire significato..

Anche quando non interviene direttamente con strumenti artificiali, interviene attraverso la selezione. Ed è qui che nasce una delle illusioni più sottili della fotografia: l’idea che non intervenire significhi non costruire. In realtà, ogni scelta di non intervento è già un intervento. È una decisione che definisce il risultato finale.
La spontaneità, quindi, non è l’assenza di controllo, ma una sua forma sofisticata. Una costruzione che funziona proprio perché riesce a nascondere le proprie condizioni di esistenza.
Ciò che percepiamo come naturale in fotografia è raramente casuale. Al contrario, è spesso il risultato di una costruzione estremamente precisa. Il fotografo sceglie l’orario in cui la luce entra nello spazio, seleziona l’ambiente, osserva come le superfici riflettono o assorbono l’illuminazione. Anche uno spostamento minimo del soggetto può cambiare radicalmente la qualità della luce.
Parlare di “luce naturale” come se fosse una condizione oggettiva significa ignorare il fatto che, nel momento stesso in cui viene fotografata, quella luce diventa linguaggio. Non è più semplicemente luce: è una scelta visiva, una costruzione, una presa di posizione.

SUPERVISION
Questa dinamica diventa ancora più evidente nel contesto della fotografia di moda contemporanea. Negli ultimi anni si è affermata un’estetica che privilegia la luce naturale, gli ambienti quotidiani, una certa idea di imperfezione controllata. Pelle non completamente levigata, pose meno rigide, situazioni che sembrano catturate più che costruite.
Questa estetica viene spesso interpretata come un ritorno all’autenticità, una reazione alla fotografia iper-patinata del passato. Ma, osservata con maggiore attenzione, rivela una struttura molto più complessa.
Il set non scompare: cambia forma. Diventa meno visibile, più integrato, più difficile da riconoscere. La costruzione non viene eliminata, ma raffinata fino a diventare trasparente.Non esiste una luce neutra. Esiste solo una luce interpretata.

È proprio in questa trasparenza che si gioca il paradosso della fotografia contemporanea: l’immagine appare naturale nella misura in cui riesce a nascondere la propria costruzione. E più questa costruzione è sofisticata, più l’effetto di naturalezza risulta convincente.
La luce, allora, smette di essere una condizione e diventa un linguaggio. Definisce i volumi, separa i piani, guida lo sguardo, costruisce relazioni tra i soggetti e lo spazio. Può rendere un’immagine intima o distante, morbida o dura, spontanea o controllata.E ciò che oggi riconosciamo come “naturale” è, in realtà, il risultato di un codice visivo che abbiamo imparato a leggere. Un codice costruito nel tempo, influenzato dalla cultura, dalla tecnologia, dai media e dalle piattaforme attraverso cui le immagini circolano.
In questo senso, anche lo spettatore gioca un ruolo fondamentale. Non osserva mai in modo neutro, ma interpreta ciò che vede sulla base di abitudini visive e aspettative culturali. Riconosce certe immagini come più autentiche di altre non perché lo siano, ma perché corrispondono a un’idea condivisa di autenticità.
La fotografia, quindi, non costruisce solo immagini. Costruisce anche il modo in cui le immagini vengono percepite.
Riconoscere che la luce naturale è una costruzione non significa negarne il valore. Al contrario, significa comprenderne il funzionamento. Significa leggere l’immagine non solo per ciò che mostra, ma per il modo in cui lo costruisce.
Più un’immagine appare naturale, più è probabile che sia il risultato di una costruzione attenta.
E forse è proprio questo il punto più interessante: non smettere di credere alle immagini, ma iniziare a guardarle con maggiore consapevolezza. -
La fotografia non è mai stata reale
Perché continuiamo a credere alle immagini, anche quando sappiamo che mentono
Marco Basile
La fotografia viene spesso percepita come una forma di registrazione del reale. Un gesto quasi neutrale: qualcosa accade, qualcuno lo fotografa. Ma questa idea, rassicurante quanto ingenua, ignora un fatto essenziale: ogni fotografia è una decisione.
Decidere dove posizionarsi, cosa includere nell’inquadratura, quando scattare, cosa lasciare fuori. La realtà non entra nell’immagine intera — entra filtrata.
Il linguaggio fotografico nasce proprio da queste scelte. Un taglio può trasformare una scena ordinaria in tensione narrativa. Una luce può costruire un’emozione che nella realtà non esisteva. Una distanza può rendere un soggetto intimo o distante, umano o astratto.
Come suggeriva Roland Barthes, l’immagine non è mai innocente. Non è una finestra, ma un sistema di segni. E ogni segno è intenzionale, anche quando sembra casuale.
Guardare una fotografia, quindi, significa leggere una posizione. Non chiedersi “cosa vedo”, ma “perché lo vedo così”.Perché ogni immagine, prima ancora di essere vista, è stata costruita.
C’è un gesto che ripetiamo senza pensarci, centinaia di volte al giorno: guardiamo immagini e crediamo di capire cosa stiamo vedendo. Non ci fermiamo a decifrarle, non le interroghiamo, non mettiamo in dubbio la loro costruzione. Le accettiamo. Le attraversiamo come se fossero trasparenti. Come se tra noi e il mondo non ci fosse alcun filtro.
È qui che si annida l’equivoco più persistente della cultura visiva contemporanea: l’idea che la fotografia sia una forma di realtà, o almeno il suo riflesso più affidabile. Un’idea così radicata da risultare invisibile. E proprio per questo, così difficile da mettere in discussione.
La fotografia, fin dalla sua nascita, è stata accompagnata da una promessa implicita: quella di poter trattenere il reale. Non interpretarlo, non reinventarlo, ma fissarlo. A differenza della pittura, che dichiarava apertamente la propria soggettività, la fotografia sembrava sottrarsi a questa ambiguità. La luce impressiona la pellicola, il sensore registra, l’immagine appare. Un processo tecnico, apparentemente neutro.
Ma è proprio questa apparente neutralità a costituire il primo, grande inganno.
Perché ogni fotografia, prima ancora di essere un’immagine, è una decisione. E ogni decisione implica una perdita. Qualcosa viene incluso, qualcosa viene escluso. Qualcosa viene messo a fuoco, qualcos’altro viene lasciato nell’indistinto. Il mondo, nella sua complessità, viene ridotto a una superficie leggibile. E in questa riduzione prende forma il linguaggio fotografico.
Non esiste fotografia senza scelta. Non esiste scelta senza interpretazione.
Eppure continuiamo a comportarci come se l’immagine fosse un dato, non una costruzione.
Questo non significa che la fotografia menta nel senso più semplice del termine. Non è una questione di verità o falsità. È qualcosa di più sottile: la fotografia non mente, ma organizza il reale in modo da renderlo credibile. E ciò che è credibile tende a essere percepito come vero.
Il problema non è l’immagine. Il problema è la fiducia che riponiamo in essa.
Se osserviamo una fotografia di guerra, ad esempio, raramente ci chiediamo cosa non stiamo vedendo. Ci concentriamo su ciò che è presente: un corpo, un’esplosione, uno sguardo. Ma ogni immagine di guerra è il risultato di una selezione estrema. Non solo spaziale, ma anche temporale. Quel frammento è stato isolato da una sequenza più ampia, più complessa, spesso contraddittoria. E nel momento in cui viene estratto, perde il suo contesto originario per acquisirne uno nuovo: quello della rappresentazione.
È sufficiente cambiare l’inquadratura per trasformare completamente il significato di una scena. Un gesto isolato può diventare simbolo. Un dettaglio può essere elevato a verità generale. Una folla può diventare massa indistinta o comunità solidale, a seconda della distanza scelta. Non è manipolazione nel senso tecnico del termine. È linguaggio. È esattamente ciò che ogni sistema visivo fa: costruire senso attraverso la selezione.
E qui si apre una frattura fondamentale tra ciò che vediamo e ciò che crediamo di vedere.
Quando guardiamo una fotografia, non vediamo mai “il mondo”. Vediamo una versione del mondo che è stata costruita per essere vista in un certo modo. Una versione che ha già attraversato una serie di decisioni: dove posizionarsi, quando scattare, cosa includere, cosa escludere, quale immagine scegliere tra le molte possibili. E, ancora prima, cosa ritenere degno di essere fotografato.
Questo ultimo passaggio è forse il più invisibile, e quindi il più potente. Perché prima ancora della fotografia esiste uno sguardo che seleziona il reale. Non tutto diventa immagine. Solo ciò che qualcuno ha deciso che valesse la pena trasformare in immagine.
E questa decisione non è mai neutrale.
Susan Sontag scriveva che fotografare significa appropriarsi del mondo. Non nel senso di possederlo, ma nel senso di trasformarlo in qualcosa di osservabile, archiviabile, condivisibile. Oggi questa dinamica si è amplificata oltre ogni previsione. Non fotografiamo più solo per ricordare, ma per esistere all’interno di un sistema di visibilità. L’immagine non è più una traccia del passato, ma una condizione del presente.Esistere significa essere visibili.
Essere visibili significa essere leggibili.
Essere leggibili significa aderire a un linguaggio.
E qui la fotografia si intreccia con qualcosa di ancora più complesso: la costruzione dell’identità.
Quando ci fotografiamo, non stiamo semplicemente registrando il nostro aspetto. Stiamo scegliendo come apparire. Stiamo costruendo una versione di noi stessi che sia riconoscibile, condivisibile, accettabile. La fotografia diventa allora uno spazio di negoziazione tra ciò che siamo e ciò che possiamo mostrare.
Non è più un dispositivo di memoria.
È un dispositivo di presentazione.
E in questa trasformazione si perde definitivamente l’illusione della neutralità.
Ma forse l’aspetto più interessante — e più problematico — è che tutto questo è perfettamente visibile. Non è nascosto. Non è occulto. Sappiamo che le immagini sono costruite, sappiamo che possono essere manipolate, sappiamo che esiste un linguaggio. Eppure continuiamo a reagire come se fossero immediate, dirette, autentiche.
Perché?
Perché la fotografia non lavora solo sul piano della conoscenza. Lavora sul piano della percezione. E la percezione è sempre più veloce del pensiero.
Vediamo prima di capire.
E spesso non torniamo indietro.
Questo scarto temporale — tra visione e interpretazione — è lo spazio in cui l’immagine esercita il suo potere. Un potere che non si impone, ma si insinua. Non ordina, ma suggerisce. Non dimostra, ma rende plausibile.
È qui che il linguaggio fotografico diventa retorica.
Una fotografia efficace non è quella più fedele al reale, ma quella che riesce a costruire una lettura coerente, convincente, emotivamente stabile. Una fotografia “funziona” quando non sentiamo il bisogno di metterla in discussione. Quando ci sembra naturale. Quando smettiamo di vederla come immagine e iniziamo a viverla come evidenza.
Ma l’evidenza, in fotografia, è sempre il risultato di una costruzione riuscita.
Roland Barthes parlava di “effetto di realtà”: quell’insieme di dettagli che rendono un’immagine credibile, non perché siano necessariamente significativi, ma perché producono una sensazione di autenticità. È un concetto fondamentale, perché sposta l’attenzione dalla verità al suo effetto. Non importa se qualcosa è vero. Importa se appare tale.
E la fotografia, più di qualsiasi altro linguaggio visivo, ha costruito la propria autorità su questa ambiguità.
Nel tempo, questa autorità è stata rafforzata da ambiti come il fotogiornalismo, la documentazione, la scienza. Ambiti in cui l’immagine non è solo rappresentazione, ma prova. Ma anche qui, la fotografia non smette mai di essere linguaggio. Non smette mai di operare attraverso scelte, tagli, selezioni.Non esiste uno sguardo puro.
Esiste solo uno sguardo più o meno consapevole.
E forse è proprio questa consapevolezza a mancare oggi. Non perché non abbiamo gli strumenti per comprendere le immagini, ma perché non abbiamo più il tempo — o la volontà — di usarli. L’eccesso di immagini produce una sorta di anestesia percettiva. Tutto scorre, tutto si equivale, tutto viene consumato con la stessa velocità.In questo contesto, la fotografia perde profondità e guadagna immediatezza. Diventa superficie. E la superficie, per definizione, non richiede interpretazione.
Ma è proprio qui che il tuo progetto può intervenire. Non per rallentare il flusso — sarebbe ingenuo pensarlo — ma per introdurre frizione. Per creare uno spazio in cui l’immagine non sia immediatamente consumabile. In cui lo sguardo venga messo in crisi, costretto a
fermarsi, a tornare indietro, a interrogarsi.
Perché il problema non è che le immagini mentono.
Il problema è che noi abbiamo smesso di leggerle.
E finché continueremo a trattarle come finestre sul mondo,
non vedremo mai le strutture che le rendono possibili.
Non vedremo il taglio, la scelta, l’intenzione.
Non vedremo il linguaggio.
Vedremo solo ciò che l’immagine ci permette di vedere.
E chiameremo realtà
ciò che è, semplicemente,
una costruzione convincente. -
Chi ha il diritto di guardare?
Politica dell’immagine nell’era della visibilità totale
Marco BasileViviamo in un tempo in cui tutto sembra visibile. Le immagini scorrono senza attrito, si sovrappongono, si consumano con una velocità che rende ogni sguardo provvisorio. Eppure, proprio dentro questa apparente trasparenza, si nasconde una struttura più complessa: vedere non è mai un atto neutrale, ma una forma di posizione nel mondo.
Guardare significa occupare uno spazio. E quello spazio è sempre attraversato da relazioni di potere.


Nella fotografia, e in modo ancora più evidente nella moda, lo sguardo è costruito. Non è spontaneità, ma regia. Lo si percepisce nei corpi messi in scena, nelle pose che sembrano naturali ma sono calibrate al millimetro, nella direzione degli occhi che guida — e spesso impone — la posizione dello spettatore. Helmut Newton aveva compreso perfettamente questa dinamica: nei suoi scatti lo sguardo non si limita a restituire un’immagine, ma crea una tensione, un campo in cui chi osserva è inevitabilmente coinvolto.
Non guardiamo semplicemente un’immagine.
Siamo chiamati a prenderne parte.
È qui che la riflessione si sposta: le immagini non rappresentano soltanto la realtà, la costruiscono. Ogni fotografia, ogni campagna, ogni editoriale propone una versione del mondo — selezionata, filtrata, resa desiderabile. In questo senso, la lezione di Roland Barthes rimane centrale: ciò che appare naturale è quasi sempre il risultato di una costruzione culturale. Un’immagine non dice solo “questo esiste”, ma suggerisce “questo è ciò che conta”.
E ciò che conta, inevitabilmente, esclude.


Il paradosso contemporaneo è che, mentre le immagini aumentano, la varietà reale delle narrazioni sembra restringersi. Siamo immersi in una produzione visiva continua, ma alcune estetiche, alcuni corpi, alcune identità continuano a dominare lo spazio visibile. Non perché siano le uniche possibili, ma perché sono le più replicate, le più premiate, le più facilmente riconoscibili.
Susan Sontag scriveva che fotografare significa appropriarsi del mondo. Oggi, forse, dovremmo aggiungere che essere visibili significa negoziare la propria esistenza all’interno di un sistema di immagini. Non basta esserci: bisogna essere leggibili, riconoscibili, condivisibili.La moda si muove esattamente su questo confine. Da un lato offre strumenti di espressione, possibilità di costruzione identitaria, apertura a nuove rappresentazioni. Dall’altro lato, però, codifica — spesso in modo sottile — ciò che è accettabile, desiderabile, degno di essere visto. Ogni immagine di moda è anche una grammatica implicita: suggerisce come apparire, come posizionarsi, come essere percepiti.
E allora la questione non è sottrarsi alle immagini, ma attraversarle con consapevolezza.
Riconquistare lo sguardo non significa smettere di guardare, ma imparare a interrogare ciò che si vede. Significa rallentare abbastanza da riconoscere le strutture invisibili che sostengono ogni immagine: chi la produce, per chi, con quale intenzione. Significa accettare che ogni visione è parziale — e proprio per questo, potente.
Perché, in fondo, il punto non è quante immagini esistono.
Ma chi ha il potere di renderle visibili.
E soprattutto:
chi ha imparato davvero a leggerle. -
L’imperfezione come manifesto.
Politica dell’immagine nell’era della visibilità totale
C’è qualcosa di profondamente ironico nella fotografia di moda contemporanea: proprio mentre la tecnologia promette il controllo assoluto dell’immagine, l’estetica dominante sembra fuggire da ogni forma di perfezione. Nel 2026, la fotografia non cerca più di essere impeccabile. Cerca, piuttosto, di essere credibile.
Per capire questo slittamento bisogna partire da un dato evidente: non abbiamo mai prodotto così tante immagini, e non sono mai state così perfette. La luce è automatizzata, la pelle levigata in tempo reale, le proporzioni corrette prima ancora che l’occhio umano possa accorgersene. L’immagine sintetica — quella generata o perfezionata dall’intelligenza artificiale — ha imposto un nuovo standard visivo: iperrealista, ma paradossalmente privo di realtà.
È qui che nasce la frattura.
E, come spesso accade, la risposta non è tecnica ma culturale.
Già negli anni ’90, Helmut Newton costruiva immagini in cui il controllo formale conviveva con una tensione disturbante, mentre Richard Avedon trasformava il ritratto in un campo di verità emotiva, spesso scomoda. Non era perfezione: era precisione nel cogliere qualcosa di umano. Oggi quella lezione torna, ma con una consapevolezza diversa. Non si tratta più di stile, ma di posizionamento.
L’imperfezione, nel 2026, è diventata una dichiarazione politica.Il mosso, la grana, il fuori fuoco non sono più errori da correggere, ma segni intenzionali. Funzionano come una firma implicita: questa immagine è stata vissuta, non solo prodotta. In un ecosistema saturo di volti perfettamente simmetrici e corpi ottimizzati, la presenza di un dettaglio “sbagliato” diventa una prova di autenticità. È un codice condiviso tra autore e spettatore.
Ma attenzione: non stiamo parlando di spontaneità ingenua. L’imperfezione contemporanea è altamente costruita. È una coreografia del difetto. I fotografi scelgono come essere imperfetti, quanto spingersi oltre il controllo, dove lasciare spazio all’imprevisto. In questo senso, il gesto è tutt’altro che romantico: è strategico.

Qui entra in gioco una riflessione che Susan Sontag aveva già intuito: fotografare non è mai un atto neutro, ma una forma di appropriazione della realtà. Oggi potremmo aggiungere che è anche una negoziazione con la verità. Più l’immagine può essere manipolata, più diventa necessario dichiarare — anche visivamente — il proprio grado di intervento.
E così, la pelle torna ad avere texture. Le rughe smettono di essere un problema e diventano linguaggio. I volti maturi, segnati, persino stanchi, acquisiscono una forza narrativa che i volti “perfetti” non riescono più a sostenere. Non è un caso che brand come Canada Goose o Saint Laurent scelgano figure come Willie Nelson o Christopher Walken: non rappresentano solo un’estetica, ma una temporalità. Portano con sé una storia visibile.
Il punto non è l’età, ma la traccia.In un’epoca in cui tutto può essere generato, ciò che resiste è ciò che lascia segni. E la fotografia di moda
— che per decenni ha cercato di cancellarli —
ora li insegue con ostinazione quasi ideologica.
Per chi lavora nel settore da tempo, questa non è una rivoluzione.
È, piuttosto, un ritorno travestito da novità. Le immagini più memorabili non sono mai state perfette.
Erano leggermente fuori asse, disturbanti, a volte persino scomode.
Un’inquadratura che non rispetta le regole, una luce che cade “male”, un’espressione troppo vera per essere completamente controllata.
Quello che è cambiato è il contesto.
Negli anni 2000, l’imperfezione era un rischio.
Oggi è una necessità.
La vera domanda, allora, non è se questa estetica durerà, ma quanto riuscirà a restare autentica prima di diventare, a sua volta, un cliché. Perché il sistema moda ha una straordinaria capacità di assorbire ogni forma di ribellione e trasformarla in stile. Il grunge, il normcore, il “no-makeup makeup”: tutto ciò che nasce come rottura finisce, inevitabilmente, per essere codificato.
E quando l’imperfezione diventa formula, smette di essere credibile.Forse è qui che si giocherà la prossima evoluzione: non tanto nella scelta tra perfetto e imperfetto, ma nella capacità di sfuggire a entrambe le categorie. Tornare a un’immagine che non si lascia definire immediatamente, che resiste alla lettura veloce, che richiede tempo.
Un’immagine che, in un feed progettato per essere consumato in pochi secondi, decide deliberatamente di rallentare.
In fondo, la vera ribellione oggi potrebbe non essere l’imperfezione.
Ma l’ambiguità. -
La Paris Fashion Week 2026 è stata, nelle parole di chi l’ha vissuta dall’interno, un mondo misurato in minuti e millimetri — dove una silhouette appare per secondi, un dettaglio si rivela da vicino, e un’intera collezione passa in un istante. Questa è la condizione normale di chi fotografa la moda dal vivo. Non c’è tempo per il dubbio. C’è solo il momento prima che tutto cambi.
La stagione ha saputo bilanciare raffinatezza e disruption: le maison storiche hanno affilato le proprie firme mentre voci emergenti hanno sfidato le convenzioni con forme, texture e attitudini audaci. Da Chanel ad Alaïa, da Comme des Garçons a Miu Miu, fino a Vivienne Westwood — ogni show ha contribuito a un ritratto composito di ciò che la moda vuole essere in questo momento. 1channel
Backstage, l’atmosfera rivela aggiustamenti dell’ultimo minuto, stilisti che perfezionano i look, modelle che si muovono velocemente tra i fitting e la passerella. In questi momenti interstiziali emerge il vero ritmo della settimana della moda. È esattamente lì — in quell’interstizio — che si trova la fotografia più onesta. Non quella che aspetta il momento perfetto, ma quella che capisce che il momento perfetto non esiste, e scatta lo stesso.
C’è una competenza specifica che si sviluppa solo lavorando sulla passerella: saper leggere lo spazio, anticipare il movimento, calibrare la luce in condizioni che cambiano ogni trenta secondi. È una forma di atletismo visivo che nessuna scuola insegna davvero. Si impara correndo. Si affina perdendo scatti. Si padroneggia solo quando smetti di aver paura di sbagliare.
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C’è una domanda che la fotografia di moda non si fa abbastanza spesso: a chi appartiene il lusso? Gabriel Moses ci risponde ogni volta che scatta. Non con un manifesto, non con una dichiarazione. Con un’immagine.
Nato nel 1998 a South London, Moses costruisce le sue fotografie e i suoi film intorno a un’estetica barocca e a palette scure, con composizioni che privilegiano la figura umana in ambienti dalla geometria ricca e texturizzata. La devozione al ritratto nasce dalla sua fascinazione precoce per le fotografie in bianco e nero degli antenati. I suoi riferimenti dichiarati sono Gordon Parks e Malick Sidibé. Non esattamente i nomi che si leggono nelle didascalie delle campagne per Dior e Burberry. Ma è proprio questa la sua forza di attrito.
A 18 anni ha già girato la sua prima campagna Nike; poco dopo è diventato il più giovane fotografo a firmare una copertina di Dazed. Oggi il suo portfolio include Adidas, Dior, Apple, Burberry e Louis Vuitton — una lista che cresce con una velocità che l’industria fatica ancora a metabolizzare.
Il fil rouge di tutto è la famiglia: le donne che lo hanno formato — la nonna, la madre, la sorella. Il suo lavoro celebra la bellezza e la ricchezza della cultura nera attraverso sfondi scuri, modelli complimentati da scelte sartoriali intense e profonde. Non è estetica della diversità. È autobiografia visiva trasformata in linguaggio commerciale senza perdere nulla per strada.
Che Moses abbia già una retrospettiva degna di questo nome a 27 anni dice qualcosa sul talento. Che l’abbia costruita senza un’educazione formale in fotografia dice qualcosa sul coraggio. Che la stia usando per parlare di Dio, della madre e del South London dice qualcosa su cosa significa avere davvero qualcosa da dire.
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Martin Parr non c’è più.
Ma il mondo che fotografava, purtroppo, sì
Laura ToninIl 6 dicembre 2025, a Bristol, Martin Parr si è spento nella sua casa. Aveva 73 anni, una diagnosi di mieloma osseo comunicata pubblicamente qualche mese prima con quella stessa spiazzante franchezza che aveva sempre usato per fotografare il mondo, e una retrospettiva già in programma al Jeu de Paume di Parigi per gennaio 2026. La mostra, intitolata Global Warning — con quella “a” al posto della “e” che non è un errore tipografico ma un atto di accusa — si è aperta ugualmente, e con quel titolo si è trasformata in qualcosa di diverso da quello che era stata concepita: non più la celebrazione di un maestro vivente, ma la summa testamentaria di un uomo che, per cinquant’anni, aveva tenuto uno specchio davanti all’Occidente, e l’Occidente non aveva smesso di farsi i selfie dentro.
È difficile scrivere di Martin Parr senza cadere nell’ironia, perché Parr stesso sarebbe la prima persona a trovare ironica qualsiasi necrologia scritta su di lui. Si può quasi immaginarlo, con quella sua aria tra il beffardo e l’affettuoso, a fotografare il suo stesso funerale — i nipoti con lo smartphone, i fiori comprati all’Ikea, qualcuno che piange con un sandwich in mano. Quella sarebbe stata una foto di Martin Parr. Ma non nel senso crudele che i suoi critici gli hanno sempre attribuito. Nel senso esatto e necessario: la vita è esattamente così, siamo esattamente così, e fare finta di non esserlo è la bugia più grande che raccontiamo.


L’uomo che arrivava da un altro sistema solare
Epsom, Surrey, 1952. Martin Parr nasce in una famiglia di birdwatcher entusiasti — il padre che porta il figlio in vacanza a catturare uccelli migratori nelle reti per raccogliere dati scientifici, la madre appassionata quanto lui. Questa infanzia di osservazione paziente e catalogazione ossessiva — aspettare che l’uccello arrivi, riconoscerlo, classificarlo, annotarlo — è il modello esatto di tutto il lavoro futuro. Parr diventerà il più grande birdwatcher della specie umana. Un entomologo della banalità quotidiana. Un naturalista del kitsch.
Il nonno George Parr gli regala la fotografia. Ha undici anni quando scatta la prima foto: il padre in piedi su un ruscello ghiacciato. Già da ragazzo sa quello che vuole fare. A quattordici anni la decisione è presa: sarà un fotografo documentarista. Il suo insegnante di francese, in quegli anni, scrive sul suo pagella scolastica: “utterly lazy and inattentive” — pigro e disattento in modo assoluto. Parr prenderà questa frase come titolo del suo ultimo libro, l’autobiografia visiva pubblicata pochi mesi prima di morire. Più eloquente di qualsiasi curriculum vitae.Nel 1970 lascia la borghese e sicura Surrey per Manchester, dove studia fotografia al Manchester Polytechnic. Il Nord dell’Inghilterra lo colpisce come una rivelazione: la comunità, la concretezza, la mancanza di quell’ipocrisia educata che aveva respirato da bambino. Fotografa il manicomio di Prestwich, le case a schiera di June Street a Salford, i villaggi metodisti dello Yorkshire, i turisti nei resort di Butlin’s, dove lavora come fotografo itinerante. È in quei resort balneari di Butlin’s che incontra, per la prima volta, le cartoline di John Hinde: colori saturi fino all’irrealtà, azzurri da piscina olimpionica, rosa da fenicottero, gialli da tuorlo d’uovo. Una saturazione così spudorata da sembrare una confessione. Parr le vede e capisce qualcosa di fondamentale: che l’esagerazione del colore non è una bugia, è un’amplificazione della verità emotiva. I luoghi non sono così. Ma le emozioni che ci provochiamo in quei luoghi, quelle sì che lo sono.
Per tutti gli anni Settanta lavora in bianco e nero — lo standard del documentarismo serio, la lingua franca di Cartier-Bresson, di Robert Frank, di Dorothea Lange. Ma qualcosa non torna. Il bianco e nero nobilita. Rende eroico l’ordinario, dignitoso il miserabile, esteticamente accettabile l’insostenibile. E Parr non vuole nobilitare. Vuole guardare. Dopo che nel 1982 lui e la moglie Susie si trasferiscono a Wallasey, nei pressi di Liverpool, qualcosa cambia definitivamente. Il colore irrompe nel suo lavoro, e con il colore arriva tutto il resto.
New Brighton, o il momento in cui il mondo cambia
Le estati del 1983, 1984 e 1985 le passa a fotografare le famiglie operaie della regione di Merseyside che vanno in vacanza al mare di New Brighton, località in decadenza sul Mersey, durante il periodo peggiore del thatcherismo. Il risultato si chiama The Last Resort e viene esposto alla Serpentine Gallery di Londra nel 1986. La reazione è una tempesta.
Le fotografie mostrano bambini che mangiano gelati che colano, adulti abbronzati fino al bruciato, spiagge coperte di rifiuti, vasche per bambini in cui galleggiano escrementi, famiglie che cercano di godersi una giornata al mare nonostante tutto — nonostante la crisi economica, nonostante i tagli di Thatcher alle industrie del Nord, nonostante il futuro che si chiude. I colori sono violenti: rossi, gialli, arancioni. La luce del flash a metà giornata elimina le ombre romantiche, appiattisce tutto in una crudeltà luminosa.

Metà dei critici lo attacca: è crudele, è voyeuristico, è classista, si sta prendendo gioco dei poveri per vendere libri ai ricchi nei musei. L’altra metà capisce che qualcosa di storico è appena accaduto nella fotografia britannica. La Victoria & Albert Museum scriverà, quarant’anni dopo, nella sua dichiarazione dopo la morte di Parr, che The Last Resort aveva trasformato la fotografia documentaristica britannica, stabilendo il colore come medium serio e sfidando le convenzioni con una miscela di ironia, empatia e osservazione senza filtri.
La difesa di Parr è sempre stata semplice e filosoficamente imprendibile: “Sono parte del problema.” Non il giudice. Non l’accusatore. Il testimone. E il testimone, per definizione, non può essere accusato di aver creato ciò che testimonia.Il dibattito che The Last Resort apre è, in realtà, uno dei dibattiti filosofici più antichi dell’estetica: l’artista ha il diritto di mostrare il brutto? Ha il dovere di renderlo dignitoso? Il pittore olandese Adriaen Brouwer, nel Seicento, dipingeva contadini ubriachi con straordinaria grazia pittorica — e il mercato lo amava, ma i critici si dividevano: è un omaggio o una beffa? Courbet, nel 1849, espone i suoi Spaccapietre — due operai ridotti a macchine di fatica — e viene accusato di fare propaganda socialista mascherata da pittura. Daumier riempie le sue litografie di borghesi gonfi e soddisfatti, e il pubblico borghese che le compra pensa di guardare i vicini, non se stesso. Ogni epoca ha il suo Martin Parr. La differenza è che Parr ha avuto il coraggio di fotografare con il flash a mezzogiorno.
Il messaggero che non si spara
Nel 1988 Parr presenta la sua candidatura a Magnum Photos, la cooperativa fondata nel 1947 da Cartier-Bresson, Robert Capa, David Seymour e George Rodger — l’olimpo della fotografia mondiale. La candidatura scatena un tumulto interno. Diversi fotografi si oppongono. Il più autorevole è proprio Henri Cartier-Bresson.
Il “decisivo momento” — la filosofia di Cartier-Bresson — è una poetica dell’umanismo: la fotografia come atto di empatia, la macchina fotografica come strumento di solidarietà con i propri simili. Cartier-Bresson aveva fotografato il mondo con una delicatezza quasi zen, il taccuino visivo di un flâneur baudelairiano che coglie la grazia nascosta nel quotidiano. Il suo approccio era — esplicitamente — una dichiarazione etica: noi esseri umani condividiamo esperienze universali, e la fotografia è il linguaggio che le rivela.
L’incontro tra i due, nel 1995, dopo che Parr era già entrato in Magnum per un solo voto di margine, diventa leggendario. Cartier-Bresson, che ha visto l’ultimo lavoro di Parr a Parigi, gli comunica lapidariamente: “Apparteniamo a due sistemi solari diversi.” Non è un complimento. Parr gli risponde per fax — e il fax è già di per sé una scelta di stile, in un’era in cui Cartier-Bresson probabilmente avrebbe preferito uno scambio epistolare su carta intestata — con una frase che è entrata nella storia della fotografia: “Riconosco che c’è un grande divario tra la tua celebrazione della vita e la mia critica implicita di essa. Ma quello che ti chiedo è: perché sparare al messaggero?”
I due si riconcilieranno. A tavola, ovviamente — Martine Franck, moglie di Cartier-Bresson e fotografa di Magnum, li porta a pranzo insieme. La fotografia che poteva fare Parr di quel pranzo, con i due vecchi contendenti che mangiano tranquillamente insieme, sarebbe valsa un libro intero.
La domanda che la disputa pone, però, rimane aperta e vitale: esiste un solo modo di guardare? La fotografia deve essere empatia o può essere diagnosi? Può essere satira? Può essere scomoda? Walt Whitman, nel 1855, scrisse che il poeta è colui che “non evita nulla” — nemmeno la vergogna, nemmeno la trivialità, nemmeno la merda del mondo. La risposta di Parr alla domanda di Cartier-Bresson è: il messaggero non crea il messaggio. Ma ha il dovere di non abbellirlo.La trilogia del consumo, o lo specchio che brucia
Tra il 1986 e il 1999, Parr costruisce la sua opera più compiuta e più monumentale: una trilogia non ufficiale ma coerente che mappa l’intera parabola del consumismo occidentale. The Last Resort (1983-1986) guarda alla classe operaia. The Cost of Living (1987-1989) guarda alla classe media. Common Sense (1995-1999) guarda all’umanità in toto.
The Cost of Living è, in qualche modo, ancora più destabilizzante del precedente. Se fotografare la povertà è, per quanto controverso, un gesto che ha una tradizione consolidata nel documentarismo sociale — da Jacob Riis a Walker Evans a Sebastião Salgado — fotografare la ricchezza mediocre della borghesia suburbana è un atto quasi senza precedenti nella fotografia seria. I soggetti non sono poveri da salvare né ricchi da ammirare: sono esattamente come il pubblico che va a vederli nei musei. Gente che compra cose inutili al supermercato. Gente che guarda la televisione. Gente che va alle feste di compleanno dei bambini. Gente, insomma, esattamente come noi. E questo è insostenibile.
Common Sense è la summa. Trecento cinquanta stampe, esposte simultaneamente in quarantuno sedi in diciassette paesi nel 1999. Un’operazione logistica che è già di per sé una dichiarazione concettuale: il consumismo è globale, la critica al consumismo deve essere globale, e le foto di corpi abbronzati, mani che tengono hot dog, bocche spalancate su burger, souvenir kitsch, bambini che annegano nella plastica e negli zuccheri vengono scattate con pellicola ultra-satura a 35mm, spinta al limite cromatico, fino a sembrare manifesti pubblicitari. Parr ha sempre detto che non si riesce a distinguere, a primo sguardo, tra una sua foto e una pubblicità. Questo è esattamente il punto. Il consumismo ha trasformato la realtà in pubblicità. Parr si limita a farlo notare.
Guy Debord, nel 1967, aveva scritto ne La Società dello Spettacolo che “tutta la vita delle società nelle quali predominano le condizioni di produzione moderne si presenta come un’immensa accumulazione di spettacoli.” Parr non aveva letto Debord — o almeno, non è nei suoi riferimenti dichiarati. Ma le sue fotografie sono la traduzione visiva più esatta e più accessibile che la cultura popolare abbia mai prodotto di quella tesi. Debord era un teorico, Parr è un fotografo. La differenza è che le foto di Parr le possono vedere anche quelli che non leggono Debord. Anzi, soprattutto loro.
Il problema del turismo, o Proust a Margate
C’è una fotografia di Small World (1987-1994) che è diventata quasi un’icona: una folla di turisti all’Acropoli di Atene, tutti di spalle o quasi, tutti con la macchina fotografica puntata verso il Partenone, tutti intenti a immortalare la stessa immagine che hanno già visto su diecimila guide turistiche. La fotografia di Parr non mostra il Partenone. Mostra le persone che fotografano il Partenone. E in questo rovesciamento risiede tutta la sua filosofia.
Il turismo di massa è il tema che Parr ha inseguito per decenni, da Benidorm alle spiagge di Rimini, da Machu Picchu alla Grande Muraglia, dai safari africani alle crociere nei Caraibi. Non perché odiasse i turisti — sarebbe troppo facile, e troppo ipocrita, per un uomo che girava il mondo con la macchina fotografica. Ma perché il turismo è il laboratorio più puro della modernità: il luogo in cui l’autenticità e il simulacro si confrontano a viso aperto, e quasi sempre vince il simulacro.
Marcel Proust, in Alla ricerca del tempo perduto, descrive il narratore che immagina Venezia prima di arrivarci, la ricostruisce nella mente pezzo per pezzo, e poi — quando ci arriva davvero — non trova la Venezia immaginata, ma qualcosa di diverso, di irritante nei suoi strati sovrapposti di turismo e decadenza. La delusione del turista è la delusione di chi cercava il mito e ha trovato la realtà. Parr fa il contrario: non mostra la delusione, mostra la caparbietà. I turisti delle sue foto non sono delusi. Sono soddisfatti. Hanno fatto la foto. Hanno consumato il luogo. Possono andare.
Jean Baudrillard, nel 1981, aveva scritto di Simulacra e simulazione, descrivendo un mondo in cui i segni non rappresentano più la realtà ma la sostituiscono. Il turista di Parr è l’uomo di Baudrillard: non vuole vedere il Partenone, vuole la foto del Partenone, che è già il simulacro del Partenone che ha visto in televisione, che era già il simulacro del Partenone immaginato, che era già il simulacro di un’idea di Grecia antica che non è mai esistita esattamente come la immaginiamo. Parr fotografa questa catena di simulacri con il flash pieno a mezzogiorno, e il risultato è così ovvio nella sua verità da sembrare surreale.
Il problema di guardare, o il flash come dichiarazione morale
C’è un elemento tecnico nel lavoro di Parr che non è mai stato sufficientemente analizzato nella sua radicalità filosofica: l’uso del flash in piena luce diurna. Non è una mancanza di abilità tecnica — Parr sapeva benissimo quello che faceva. È una dichiarazione programmatica.
La fotografia tradizionale lavora con la luce disponibile. Il reportage classico — da Cartier-Bresson a Sebastião Salgado — insegue la luce naturale, la luce che esiste già nel mondo, la luce che rivela senza intervenire. È un’etica dell’invisibilità: il bravo fotoreporter non si deve vedere, non deve disturbare la scena, deve essere lì senza essere lì. La famosa citazione di Cartier-Bresson sul “momento decisivo” implica proprio questo: cogliere qualcosa che esisteva già, prima che il fotografo arrivasse, e che continuerà a esistere dopo.
Parr irrompe nella scena con il flash. L’illuminazione artificiale in piena luce cambia i volumi, elimina le ombre morbide, schiaccia le prospettive, crea un’irrealtà iperrealistica — una luce che fa sembrare ogni cosa più vera del vero, come le fotografie di moda o le pubblicità dei fast food. Non c’è alcun tentativo di invisibilità: la fotografia di Parr è un atto visibile, dichiarato, quasi violento nella sua trasparenza. Il flash dice: sono qui, ti sto guardando, e quello che vedi è quello che è.
Susan Sontag, nel 1977, in Sulla fotografia, aveva scritto che ogni atto fotografico è anche un atto di potere: chi fotografa ha il controllo su chi viene fotografato. La fotografia raccoglie il mondo, lo riduce a immagine, lo possiede. Parr è consapevole di questo. Ma nel suo caso il potere è rovesciato: il flash iperrealista non crea l’illusione di una realtà catturata di nascosto. Annuncia la propria presenza. E in questo annuncio, paradossalmente, restituisce all’osservato una sorta di dignità: quello che vedete non è un momento rubato, è un momento dichiarato.
Roland Barthes, in La camera chiara, aveva diviso l’esperienza fotografica in studium — l’informazione culturale trasmessa dall’immagine — e punctum — l’elemento che buca, che punge, che tocca qualcosa di personale e imprevisto nell’osservatore. Le fotografie di Parr hanno uno studium chiarissimo — sempre — ma il loro punctum è strano e diffuso: non è un dettaglio, è il tutto. Il momento in cui ti rendi conto che quella donna con il gelato che cola sei tu, o tua madre, o chiunque tu conosca, è il momento in cui la foto di Parr ti ha fatto quello che doveva fare.
L’ironista serio, o Wilde in vacanza a Benidorm
Oscar Wilde aveva detto che “la vita imita l’arte molto più di quanto l’arte imiti la vita.” Le fotografie di Parr sembrano nate da questo principio: la vita quotidiana degli occidentali del tardo Novecento imita, senza saperlo, le peggiori pubblicità degli anni Cinquanta. I corpi abbronzati che mangiano hamburger, le famiglie sorridenti davanti ai souvenir plastificati, i bambini con i palloncini a forma di animali — tutto sembra già visto su un depliant. Il mondo ha preso a imitare le sue stesse immagini pubblicitarie, e Parr è lì a documentare il plagio.
L’ironia di Parr non è mai cattiveria pura. È sempre mescolata con qualcosa d’altro: affetto, riconoscimento, complicità. “Sono parte del problema,” ha detto spesso. Non stava confessando una colpa. Stava rivendicando un’appartenenza. È un consumatore come i suoi soggetti, un turista come i turisti che fotografa, un borghese come i borghesi che studia. La differenza è che lui ha la macchina fotografica. E con la macchina fotografica, la consapevolezza.
Questo lo accomuna alla grande tradizione satirica britannica che ha sempre nutrito: da Hogarth, che nel Settecento dipingeva i vizi della borghesia londinese con una precisione quasi scientifica, a Swift, che in Una modesta proposta suggeriva di mangiare i bambini irlandesi per risolvere il problema della povertà, a Dickens, che smascherava l’ipocrisia vittoriana avvolto nelle sembianze del romanziere sentimentale. Parr ha detto esplicitamente di sentirsi legato a questa “storia di satira e umorismo” britannica. L’umorismo come arma. La risata come diagnosi.
Grayson Perry, uno degli artisti britannici più importanti della sua generazione, Turner Prize 2003, ha scritto su Instagram alla morte di Parr che era stato “una grande ispirazione e un amico esilarante.” Non è un caso che i due si siano riconosciuti a vicenda: entrambi operano nella tradizione della satira carnale e affettuosa, entrambi usano le forme della cultura popolare come contenitori di critica seria, entrambi sono accusati — e si difendono con la stessa eleganza — di non essere abbastanza “seri”.
La moda, o il documento più complesso
A partire dagli anni Novanta, Parr comincia a lavorare per la moda. Vogue in diverse edizioni nazionali, campagne Gucci, servizi per Le Bon Marché, Grazia, e decine di altri committenti. Fotografa Vivienne Westwood in un bagno pubblico. Fa posare le modelle alle pompe di benzina, nei supermercati, ai banconi del deli. Una commessa di volo da Gucci del 2018 finisce addirittura come murale nel programma di ArtWalls della maison.
Parr stesso dice di non considerarsi un fotografo di moda. “Sono un fotografo documentarista,” ripete. Ma questa affermazione è più complessa di quanto sembri. Nel 2005 pubblica Fashion Magazine, che è formalmente una rivista di moda, con lettere della redazione, servizi, pubblicità, ma fotograficamente è un’operazione Parr: tutto è fuori luogo, tutto è leggermente sbagliato, tutto è più vero di una rivista di moda normale proprio perché fa il verso alla rivista di moda normale. Vent’anni dopo, nel 2024, pubblica Fashion Faux Parr, il titolo è già tutto, tra faux pas e il cognome, raccogliendo venticinque anni di lavoro commerciale con lo stesso sguardo documentaristico usato per New Brighton.
La cosa straordinaria è che i brand lo cercano proprio per questo. Gucci non vuole una fotografia di moda normale: vuole una fotografia di Parr, con tutto quello che questo implica. Lo sguardo obliquo, il flash impietoso, il contesto incongruo. È la fine del confine tra documentazione e comunicazione, tra arte e pubblicità, tra critica al consumismo e produzione di consumismo. E Parr ne è consapevole con una lucidità quasi crudele: “Non riesco a distinguere tra una mia foto e una pubblicità. Questo è esattamente il punto.”
Walter Benjamin, nell’opera d’arte nell’epoca della riproducibilità tecnica, aveva previsto che la fotografia avrebbe distrutto l’”aura” dell’opera d’arte unica. Non aveva previsto, nessuno aveva previsto, che il capitalismo avrebbe riassorbito anche l’aura della critica al capitalismo, trasformandola in valore di mercato. Parr è il punto di collasso di questa previsione: il fotografo che critica il consumismo diventa il fotografo più cercato dalle marche di lusso, e lo sa, e continua lo stesso, perché l’alternativa, smettere di lavorare per la moda per preservare la purezza della critica, sarebbe appunto la purezza borghese di chi non vuole sporcarsi le mani con il mondo che descrive.
Il collezionista, o la catalogazione come poetica
Parallelamente alla sua carriera di fotografo, Parr ha sviluppato una seconda identità forse ancora più singolare: quella del collezionista. Raccoglie fotobooks, cartoline, oggetti di cultura popolare — orologi con il ritratto di Saddam Hussein, souvenir di paesi comunisti, advertising cards delle prostitute delle cabine telefoniche londinesi, wallpaper anni Settanta. Una collezione caotica, enciclopedica, ironica, affettuosa.
Nel 2004, insieme al critico Gerry Badger, pubblica il primo volume di The Photobook: A History, un’opera in tre volumi che copre più di millecinquecento esempi di photobooks dal Diciannovesimo secolo a oggi. Il lavoro richiederà otto anni per i primi due volumi ed è considerato, nel mondo della fotografia, qualcosa di simile a quello che Vasari fece con le Vite degli artisti: un atto di catalogazione che è anche un atto critico, che ridefinisce il canone mentre lo descrive.
La passione per i photobooks — e per la cultura materiale della fotografia — porta Parr a fondare nel 2014 la Martin Parr Foundation, che apre a Bristol nel 2017 con una sede fisica che comprende galleria, biblioteca, archivio e studio. La Foundation custodisce non solo il lavoro di Parr ma la sua collezione di fotografia britannica e irlandese: un progetto di memoria attiva, che preserva non solo i grandi nomi ma anche i fotografi dimenticati, le pubblicazioni fuori catalogo, le storie visive che rischiano di scomparire.
C’è qualcosa di profondamente coerente in questo: l’uomo che per tutta la vita ha fotografato le cose del mondo — i souvenir, le cartoline, i gadget — diventa anche il custode delle cose della fotografia. Come se la catalogazione del reale richiedesse, come contrappeso necessario, la catalogazione della propria tradizione. Umberto Eco, che aveva dedicato interi saggi alla “lista” come forma estetica — dalla Iliade ai cataloghi di Prévert, alle enumerazioni di Whitman — avrebbe certamente trovato in Parr un soggetto perfetto. La lista come resistenza al caos. La collezione come atto di amore.
Bristol, o il fotografo che rimane a casa
C’è un dettaglio biografico su cui vale la pena soffermarsi: Parr ha vissuto e lavorato tutta la vita lontano da Londra. Dopo Manchester, lo Yorkshire, Wallasey, nel 1994 si trasferisce definitivamente a Bristol, dove resterà fino alla morte. Bristol, non Londra. La scelta ha un significato.
La scena fotografica londinese — e quella artistica in generale — attira e consuma. Parr ha sempre preferito la periferia. Non per provincialismo, ma per una strategia di sguardo: vedi meglio da una posizione leggermente decentrata. I fotografi che vivono al centro di quello che fotografano tendono a normalizzarlo. Parr ha mantenuto sempre quella distanza critica del bambino di Surrey che arriva a Manchester e trova tutto “eccitante e reale” — la frase è sua, del 1970, e resta valida per tutto il resto della carriera.
È lo stesso principio per cui l’ironia funziona meglio quando chi la usa sa di essere parte di quello che irride. Parr non fotografa da una torre d’avorio. Fotografa dal mezzo del campo. Ed è questa posizione — dentro e fuori simultaneamente, partecipante e osservatore — quella che rende il suo lavoro insostituibile.
L’ultimo anno, o il testimone che sa
All’inizio del 2025, Parr rivela pubblicamente la sua diagnosi di mieloma — un cancro del sangue incurabile. Lo fa con la stessa franchezza con cui ha fotografato tutto il resto. Non ci sono comunicati romantici sul coraggio, non ci sono appelli alla solidarietà. C’è la constatazione di un fatto, e poi il lavoro che continua.
Negli ultimi mesi pubblica Utterly Lazy and Inattentive, la sua autobiografia visiva. Il titolo è, come abbiamo detto, il giudizio del suo professore di francese. Il libro è un percorso attraverso cinquant’anni di fotografia intrecciati con il racconto della propria vita — ma senza la solennità dell’opera omnia. Con quella leggerezza che è, in realtà, la cosa più difficile da raggiungere.In novembre, in un’intervista con l’AFP a Parigi, dice una cosa che merita di essere conservata: “Lo stato in cui ci troviamo tutti è deplorevole. Siamo tutti troppo ricchi. Consumiamo troppe cose nel mondo. E non possiamo permettercelo.” Non è una dichiarazione nuova — Parr lo diceva da trent’anni. Ma in quel momento, con quella diagnosi, quelle parole hanno un peso diverso. Non il moralista che ammonisce. Il testimone che sa.
Il 6 dicembre 2025 muore nella sua casa a Bristol. La famiglia chiede privacy. Magnum Photos emette un comunicato breve e dignitoso. L’onda di tributi che segue è impressionante per numero e per qualità. La Victoria & Albert Museum. Il National Portrait Gallery. La Royal Academy of Arts. La Tate. Il mondo della moda, il mondo dell’arte, il mondo della fotografia.
Grayson Perry: “una grande ispirazione e un amico esilarante.” Simon Wallis della Royal Academy: “un appassionato e coinvolgente sostenitore del potere della fotografia come forma d’arte vitale e in evoluzione.” Lorenzo Meloni, copresidente di Magnum: “Il suo umorismo, la sua chiarezza e la sua visione hanno plasmato molte discussioni all’interno dell’agenzia e nel più ampio mondo fotografico.”
Il mondo che rimane
Il titolo di questo articolo contiene una verità scomoda che merita di essere esplicitata senza eufemismi: Martin Parr non c’è più, ma il mondo che fotografava — il mondo del consumo compulsivo, del turismo di massa, dell’identità costruita attorno agli oggetti posseduti, della distanza tra l’immagine delle cose e le cose stesse — non solo esiste ancora, ma è peggiorato. O cresciuto, a seconda del punto di vista.
Parr aveva detto, nelle ultime settimane di vita, che il mondo non era mai stato più bisognoso del tipo di satira contenuta nelle sue immagini. Pensava ai suoi anni Ottanta — Thatcher, la crisi operaia, la nascita del consumismo di massa britannico — e li confrontava con il presente: l’esplosione dei social media come vettori di un consumismo dell’immagine ancora più pervasivo di quello dei supermercati, i selfie davanti all’Acropoli che sono diventati il fine della visita all’Acropoli, i resort all-inclusive che hanno trasformato l’esperienza del viaggio in un servizio di streaming da godersi comodamente senza mai uscire dalla bolla, la moda che manda in passerella abiti da 5.000 euro ispirati all’estetica delle periferie suburbane che Parr fotografava negli anni Ottanta.
Ogni fotografia di Parr degli anni Novanta su un centro commerciale o su una spiaggia affollata è oggi, nel 2026, già vintage — perché quelle scene appartengono a un’epoca pre-smartphone in cui le persone si accontentavano di consumare senza documentare simultaneamente il proprio consumo. L’era Instagram, l’era dei reel e dei reels, l’era del selfie come confessione pubblica di esistenza ha reso quei comportamenti ancora più visibili, ancora più codificati, ancora più impossibili da non vedere. Eppure siamo ancora qui a fare finta di non vedere.
La cosa più straordinaria è che Parr, che pure aveva cominciato a fotografare l’era dei selfie — aveva una serie intitolata Death by Selfie — non aveva mai abbandonato il flash analogico, il corpo fisico, la stampa. Come se sapesse che la vera resistenza al mondo delle immagini non fosse produrre più immagini digitali, ma fermarsi sull’immagine stampata, darle peso fisico, costringerla a esistere nello spazio.
Conclusione, o il messaggero che non si può ammazzare
C’è un’ultima cosa da dire su Martin Parr, e forse è la più importante. In un’epoca in cui la fotografia è diventata la modalità predefinita di esistenza pubblica — in cui tutti fotografano tutto il tempo, e tutto viene immediatamente pubblicato, condiviso, dimenticato — il suo lavoro emerge con una chiarezza quasi dolorosa come qualcosa di radicalmente diverso: un atto deliberato, lento, irripetibile.
Parr non scattava trecento foto al secondo con un mirrorless da novemila euro. Scattava poco. Ha detto, in più interviste, che se riusciva a fare dieci buone fotografie l’anno era un anno eccellente. Ogni fotografia era pensata, cercata, aspettata. Come il nonno George che aspettava l’uccello migratorio nella rete. Pazienza, attenzione, precisione.“Faccio fotografie serie travestite da intrattenimento,” ha detto. È la frase più esatta che si possa dire di lui. Le sue foto fanno ridere, e poi fanno pensare, e poi fanno un po’ male, e poi ti trovi a guardare le tue proprie vacanze, il tuo frigorifero pieno, la tua borsa firmata con un senso di riconoscimento imbarazzato. Non è piacevole. Ma è esattamente quello che deve fare l’arte quando funziona.
La mostre al Jeu de Paume di Parigi — Global Warning — è aperta fino a maggio 2026. Centottanta opere che coprono cinquant’anni di carriera. Se potete andarci, andate. Non perché sia un omaggio al defunto — Parr avrebbe detestato l’idea dell’omaggio funebre. Andate perché le fotografie fanno ancora quello che hanno sempre fatto: guardano il mondo per quello che è, con una chiarezza insostenibile e necessaria.
Il messaggero se n’è andato. Il messaggio è rimasto, inciso nella carta fotografica, luminoso come un flash a mezzogiorno. E il mondo che descriveva — il nostro mondo — non ha smesso di essere esattamente quello che è.
Purtroppo.
Martin Parr (Epsom, Surrey, 23 maggio 1952 — Bristol, 6 dicembre 2025) è stato fotografo documentarista, membro di Magnum Photos dal 1994, fondatore della Martin Parr Foundation di Bristol. Ha pubblicato oltre 145 photobook, partecipato a più di 90 mostre internazionali, ed è stato insignito del Commander of the Order of the British Empire nel 2021 per i servizi resi alla fotografia. La mostra retrospettiva Global Warning è in corso al Jeu de Paume di Parigi fino al 24 maggio 2026.
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C’è chi fotografa la moda come si compila un catalogo. C’è chi la abita come se fosse uno spettacolo di varietà in cui le modelle sono acrobate, le luci sono riflettori, e il set è sempre sul punto di prendere fuoco. Ellen von Unwerth appartiene alla seconda categoria, ed è per questo che la sua retrospettiva a Maastricht vale il viaggio — anche solo per capire cosa significa avere un occhio che non si è mai fatto addomesticare.
My Circus è in scena al Fotomuseum aan het Vrijthof di Maastricht fino al 13 settembre 2026, con 160 fotografie che percorrono quarant’anni di carriera. Femminilità, moda, erotismo e giocosità sono i fili conduttori di immagini realizzate per Chanel, Dior, Guess, Victoria’s Secret e le maggiori riviste del mondo.
Il titolo non è metaforico. Prima di diventare fotografa — e prima ancora di essere stata modella per un decennio — von Unwerth ha lavorato per tre anni al Circo Roncalli di Monaco, come assistente del lanciatore di coltelli e del clown. Quella scuola di rischio e paillettes si legge ancora oggi in ogni frame: la tensione appena prima che qualcosa accada, la teatralità asciutta di chi sa che lo spettacolo deve continuare.
In mostra sfilano Naomi Campbell, Linda Evangelista, Kate Moss, Heidi Klum, Beyoncé, Madonna, Rihanna e RuPaul — una parata in cui l’haute couture gioca con i codici visivi del glam rock, senza chiedere permesso a nessuno. Al centro dell’esposizione, gli scatti intimi del primo libro Snaps (1994): meno glamour, più verità. Una riserva selvatica nel mezzo di un giardino curato.
Se esiste una domanda che la fotografia di moda dovrebbe farsi più spesso — chi decide come appare una donna? — Ellen von Unwerth ha risposto da quarant’anni con la stessa coerenza irritante: lei. Sempre lei.
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Lo sguardo che tiene il mondo
Un’indagine sulla fotografia come atto politico, morale ed estetico nella società contemporanea
Marco Basile
C’è un numero che vale la pena tenere presente mentre si legge queste pagine. Nel 2024 sono state scattate circa 1,94 trilioni di fotografie in tutto il mondo — 5,3 miliardi al giorno, 61.400 al secondo. È un numero impossibile da visualizzare, e forse è proprio questo il punto: la fotografia ha smesso di essere un atto raro per diventare qualcosa di talmente pervasivo da sfuggire alla coscienza. Siamo sommersi da immagini nel modo in cui siamo sommersi dall’aria — senza notarle, senza chiederci cosa facciano a noi mentre noi le facciamo.
Ma forse la domanda giusta non è quante fotografie produciamo. È cosa ci accade quando le guardiamo. È cosa rimane del mondo dopo che qualcuno lo ha fermato per una frazione di secondo e ha detto: questo.
I. Le origini di uno scandalo
Il 7 gennaio 1839, all’Académie des Sciences di Parigi, François Arago annunciò al mondo l’invenzione del dagherrotipo. Fuori dalla sala, nelle strade della città, qualcuno stava già decidendo cosa pensare di quella notizia. Due voci, tra le più lucide della modernità, si trovarono su fronti opposti.
Edgar Allan Poe, in un articolo del gennaio 1840, scrisse che il dagherrotipo era senza dubbio il più straordinario trionfo della scienza moderna — “nessuna parola può descrivere la micrografica precisione di dettaglio che l’immagine offre”, aggiunse, con il tono di chi ha appena visto un miracolo. Charles Baudelaire, al Salon de 1859, reagì in maniera opposta e altrettanto profetica. Denunciò la fotografia come industria vendicatrice, nemica mortale dell’arte, alleata naturale della massa: “In questi nostri tempi tristi, è sorta una nuova industria. Un Dio vendicatore ha esaudito i voti di questa massa. E Daguerre fu il suo messia.”Chi aveva ragione? Tutti e due. Poe vedeva il potere. Baudelaire vedeva il pericolo. La fotografia conteneva entrambi fin dal principio, e quella tensione non si è mai risolta: è diventata la sua natura.
Ottant’anni dopo, Walter Benjamin cercò di nominare quella tensione in termini filosofici. Nel suo saggio del 1935 sull’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, affermò che la fotografia — assieme al cinema — aveva distrutto l’aura dell’oggetto artistico: quella sensazione di unicità, irripetibilità, presenza hic et nunc che rendeva un’opera d’arte qualcosa di quasi sacro. La fotografia poteva essere riprodotta infinite volte. Non c’era originale che tenesse. E però — ed è qui il paradosso benjaminiano che ancora oggi brucia — questa democratizzazione del visibile non era necessariamente una perdita: era anche una liberazione. Per la prima volta nella storia, chiunque poteva guardare il mondo attraverso occhi allenati dall’arte. Per la prima volta, l’esperienza estetica poteva essere collettiva.II. La politica dello sguardo

C’è una fotografia che ha cambiato la storia — o almeno lo ha tentato. L’8 giugno 1972, Nick Ut, ventunenne fotografo dell’Associated Press, si trovava sulla Route 1 vicino a Trang Bang, in Vietnam del Sud, quando alcuni cacciabombardieri sganciarono per errore bombe al napalm su civili rifugiati in un tempio. Una bambina di nove anni, Kim Phúc, corse fuori dalle fiamme completamente nuda e ustionata, gridando “Scotta! Scotta!”
Ut scattò. L’immagine — The Terror of War, nota al mondo come Napalm Girl — apparve pochi giorni dopo in prima pagina sul New York Times e su decine di altri quotidiani. Horst Faas, capo dei fotografi AP nel Sudest asiatico, prese la decisione di pubblicarla ignorando le rigide regole dell’agenzia che vietavano la pubblicazione di nudità. Era una scelta morale, prima ancora che editoriale.Ut stesso ha dichiarato: “Non so se una singola fotografia possa cambiare il mondo. Ma può certamente aiutare ad aprire gli occhi sulla storia.” Kim Phúc, decenni dopo, ha aggiunto qualcosa di ancora più pesante: “Le fotografie, per definizione, catturano un momento nel tempo. Ma i sopravvissuti di queste fotografie, specie i bambini, devono in qualche modo andare avanti. Non siamo simboli.”
In quella frase c’è la tensione irrisolta al centro di ogni fotografia di guerra e di dolore: la necessità di testimoniare contro il diritto alla dignità del soggetto ritratto. La fotografia salva vite — Ut portò Kim Phúc in ospedale subito dopo lo scatto — e nello stesso tempo trasforma una persona in un’icona, la congela nel momento peggiore della sua esistenza, le toglie il controllo sulla propria immagine per sempre. Non c’è soluzione a questa contraddizione. C’è solo la responsabilità, che ricade su chi scatta, su chi pubblica, su chi guarda.Eddie Adams, che nel 1968 fotografò il generale sudvietnamita Nguyen Ngoc Loan sparare a bruciapelo nella testa di un prigioniero vietcong — una delle immagini più riprodotte della storia — scrisse molti anni dopo al generale stesso, ormai esiliato e gestiva un ristorante in Virginia: “Il generale uccise il Viet Cong; io uccisi il generale con la mia macchina fotografica. Le fotografie sono l’arma più potente nel mondo. Le persone credono a esse, ma le fotografie mentono, anche senza manipolazione. Esse sono solo mezze verità.”
Mezze verità. È forse la definizione più onesta che esista della fotografia giornalistica.
III. Roland Barthes nella stanza oscura
Nel 1980, a pochi mesi dalla morte, Roland Barthes pubblicò La camera chiara, il suo testo più intimo e forse il più penetrante sulla natura della fotografia. Il libro nasce da un dolore privato — la perdita della madre — ma raggiunge una verità universale.
Barthes distinse due elementi nell’esperienza fotografica: lo studium, lo strato culturale e informativo di un’immagine, ciò che l’immagine dice; e il punctum, il dettaglio imprevisto che punge, che colpisce, che non si spiega ma si sente. Lo studium si studia. Il punctum accade. Ed è il punctum a rendere una fotografia memorabile — non la sua perfezione tecnica, non la sua composizione, ma quel particolare che sfugge alla regia e si incunea nella nostra coscienza come un amo.Barthes scrisse che la fotografia è un “medium bizzarro, nuova forma di allucinazione: falsa a livello della percezione, vera a livello del tempo.” Ciò che la fotografia riproduce ha avuto luogo una sola volta. Essa “ripete meccanicamente ciò che non potrà mai ripetersi esistenzialmente.”
È questo il paradosso fondamentale: la fotografia è un documento del passato consegnato al presente. Ogni fotografia è già una reliqua nel momento stesso in cui viene scattata. E ogni fotografia che ritrae un essere umano porta in sé, come ha scritto Barthes, il segno della futura morte di quel soggetto — quella che il filosofo chiamò il noema della fotografia: “È stato”. Non “è” — ma “è stato”. La fotografia testimonia l’irrevocabilità del tempo che passa, e lo fa con una crudeltà gentile, quasi affettuosa.Susan Sontag, nel suo seminale Sulla fotografia del 1977, aveva articolato la stessa intuizione in termini diversi: “Ogni fotografia è un memento mori. Fare una fotografia significa partecipare della mortalità, della vulnerabilità e della mutabilità di un’altra persona o di un’altra cosa.”. E ancora: “La fotografia è un’arte elegiaca, un’arte crepuscolare. Quasi tutti i suoi soggetti, per il solo fatto di essere fotografati, sono tinti di pathos.”
Sontag non era sentimentale. Era diagnostica. Vedeva nella fotografia lo strumento con cui la società moderna gestisce la propria ansia davanti al tempo che passa — accumulando immagini come si accumulano amuleti, convinti che trattenere una rappresentazione equivalga a trattenere una realtà. “Attraverso le fotografie”, scrisse, “ogni famiglia costruisce una cronaca illustrata di se stessa, un corredo portatile di immagini che attestano la sua compattezza.” La fotografia come prova di esistenza. Come rivendicazione di presenza contro il nulla.IV. Il momento che non esiste

Nel 1952, Henri Cartier-Bresson pubblicò il suo libro Images à la sauvette — letteralmente “immagini di fretta”, quasi in modo furtivo. L’editore americano tradusse il titolo in The Decisive Moment, e quella scelta redazionale casuale divenne una delle teorie estetiche più influenti del Novecento.
Cartier-Bresson non aveva teorizzato il “momento decisivo” nel senso in cui l’espressione è stata poi usata. Ma ciò che intendeva era qualcosa di più sottile e più interessante: l’idea che in fotografia esista un istante in cui tutti gli elementi che si muovono sono in equilibrio — un momento in cui la geometria, la luce, il movimento e il significato coincidono per una frazione di secondo e poi si separano per sempre.Scrisse: “Fotografare è trattenere il respiro quando tutte le nostre facoltà di percezione convergono davanti alla realtà che fugge. È porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi e il cuore. È un modo di vivere.”
È un modo di vivere. Non una tecnica. Non un metodo. Una postura esistenziale nei confronti del mondo. Il fotografo che segue questa idea è qualcuno che attraversa la vita in uno stato di attenzione perpetua, convinto che la realtà contenga in ogni momento la possibilità di rivelare qualcosa che normalmente rimane nascosto. È una forma di fede laica nel visibile.Cartier-Bresson si convertì alla fotografia guardando uno scatto del 1931 del fotoreporter ungherese Martin Munkácsi: tre ragazzi africani che corrono nel lago Tanganica, presi nell’atto puro del movimento e della gioia. “Improvvisamente ho capito che la fotografia può fissare l’eternità in un istante. È stato come ricevere un calcio nel sedere: forza, vai!” — così ricordò quella rivelazione. Da quel momento comprò una Leica 35mm con obiettivo 50mm che non lasciò quasi mai, e con quella macchina attraversò il Novecento — la guerra civile spagnola, la liberazione di Parigi, Gandhi poche ore prima dell’assassinio, il trionfo comunista in Cina, i volti di Camus, Sartre, Marilyn Monroe, Churchill.
Con Robert Capa, David Seymour, William Vandivert e George Rodger fondò nel 1947 la Magnum Photos — la prima agenzia fotografica cooperativa della storia, costruita sul principio che il fotografo fosse proprietario del proprio lavoro. Un atto rivoluzionario nel contesto dell’industria editoriale dell’epoca.V. Il filosofo che aveva paura delle macchine
Vilém Flusser, filosofo ceco-brasiliano, scrisse nel 1983 un saggio breve e densissimo: Per una filosofia della fotografia. Era, come il Benjamin del 1935, un testo profetico scritto prima che la profezia si compisse del tutto.
Flusser sosteneva che la fotografia — e in senso più ampio tutti gli apparecchi tecnici — non fossero semplici strumenti nelle mani degli esseri umani. Erano, al contrario, dispositivi che programmavano i comportamenti dei loro utenti. Il fotografo non fotografa liberamente: fotografa secondo le possibilità interne alla macchina che usa. L’apparecchio definisce lo spazio delle immagini possibili, e l’utente gioca all’interno di quel programma, convinto di essere libero.Flusser vedeva nella proliferazione delle immagini fotografiche una sostituzione della coscienza storica con una “coscienza magica”: gli avvenimenti con il loro portato di cause ed effetti vengono rimpiazzati da nessi magici, da forze misteriose che circolano sulla superficie dell’immagine. Il mondo smette di essere compreso e diventa abitato — si vive dentro le immagini come si vivrebbe dentro un mito, senza la distanza critica che consente di interrogare la realtà.
Questa diagnosi, scritta quarant’anni fa, descrive con precisione imbarazzante la condizione odierna. I social media non sono altro che la profezia di Flusser realizzata: ecosistemi in cui le immagini circolano alla velocità della luce, producendo reazioni emotive immediate e rendendo quasi impossibile la riflessione. Il selfie non è solo narcisismo — è una forma di esistenza mediata: esisto perché sono rappresentato, valgo perché sono visto.VI. La fotografia come memoria collettiva
C’è un aspetto della fotografia che viene spesso trascurato in favore della discussione estetica: il suo ruolo nella costruzione della memoria collettiva. Non la memoria individuale — quella degli album di famiglia, dei compleanni, delle vacanze — ma la memoria che una società condivide su se stessa.
I movimenti per i diritti civili negli Stati Uniti degli anni Sessanta devono parte della propria efficacia politica alle fotografie di Ernest Withers, di James Karales, di Danny Lyon — uomini che documentarono la violenza del razzismo istituzionale con un’obiettività che i giornali dell’epoca non avevano mai esercitato. La fotografia di John Lewis sul Ponte di Edmund Pettus a Selma, Alabama, il 7 marzo 1965 — picchiato dai poliziotti statali in quello che sarebbe rimasto nella storia come la “Domenica di sangue” — contribuì a mobilitare l’opinione pubblica americana in modo che nessun editoriale avrebbe potuto fare.Non perché le fotografie siano necessariamente più vere delle parole. Ma perché colpiscono in modo diverso, attraversano la soglia cognitiva che separa l’informazione dall’emozione, raggiungono una parte di noi che legge le immagini prima che legga le didascalie.
Eugene Smith — il più grande fotoreporter americano del dopoguerra — capì questo meglio di chiunque altro. Il suo reportage su Minamata, la cittadina giapponese avvelenata dagli scarichi di mercurio della Chisso Corporation, pubblicato su Life nel 1972, è considerato uno dei più potenti atti di giornalismo del Novecento. Smith e sua moglie Aileen vissero a Minamata per tre anni, documentando le deformazioni fisiche causate dall’avvelenamento con una vicinanza e una cura che trasformarono le vittime da casi clinici in esseri umani. La fotografia di Ryoko Uemura, madre che tiene tra le braccia il figlio Tomoko gravemente malformato mentre lo immerge nel bagno, è diventata un simbolo universale della responsabilità dell’industria verso l’ambiente. Smith disse: “A cosa serve una grande profondità di campo se non c’è un’adeguata profondità di sentimento?”VII. L’era dell’eccesso
E poi è arrivato lo smartphone. E tutto è cambiato, e niente è cambiato.
Nel 2024 il 94% di tutte le fotografie prodotte nel mondo è stato scattato con uno smartphone. Condividiamo 14 miliardi di immagini al giorno sui social media. Non c’è paragone possibile con nessuna epoca precedente della storia visiva. Per la prima volta nella storia, praticamente ogni essere umano dotato di un telefono è anche un potenziale fotografo. La democratizzazione che Benjamin aveva intravisto nell’avvento della riproducibilità tecnica si è realizzata in modo così totale da aver cambiato il problema.

Il problema non è più l’accesso alle immagini.
È il senso.
Umberto Eco, riflettendo su questo fenomeno, osservò che l’ammasso delle fotografie esistenti somigliava al personaggio di Borges, Funes il memorioso, che ricordava tutto e pertanto non sapeva cosa fosse importante ricordare. Quando si può produrre qualunque immagine in qualunque momento, la scelta di cosa fotografare — che per Cartier-Bresson era l’atto estetico e morale fondamentale — rischia di diventare irrilevante.
Eppure sarebbe sbagliato liquidare questa abbondanza come semplice degenerazione. Accade qualcosa di importante, anche nel diluvio. Le rivoluzioni arabe del 2011 non sarebbero state le stesse senza gli smartphone. Le violenze della polizia americana sulle comunità nere non avrebbero generato il movimento Black Lives Matter con la stessa forza senza i video amatoriali che diventavano virali prima che le autorità potessero controllare la narrazione. L’uccisione di George Floyd, ripresa da una diciassettenne di nome Darnella Frazier, ha innescato una delle più grandi ondate di protesta nella storia americana. Frazier ha ricevuto il Premio Pulitzer 2021 — il riconoscimento non è andato a un fotografo professionista, ma a una ragazza che ha capito, in un momento di terrore, che stava testimoniando qualcosa che il mondo doveva vedere.VIII. La moda, la bellezza, il potere del desiderio costruito
La fotografia non esiste solo nell’emergenza e nella crisi. Vive anche — e forse più profondamente — nella quotidianità del desiderio. La fotografia di moda ha costruito le fantasie collettive del Novecento con la stessa efficacia con cui le fotografie di guerra ne hanno costruito gli incubi.
Richard Avedon capì prima di molti altri che la fotografia di moda era anche fotografia antropologica. Le sue modelle che saltavano, ridevano, correvano — portate fuori dallo studio e messe nel mondo reale — non erano semplici veicoli per vendere abiti. Erano la rappresentazione di un’idea di donna in divenire: più libera, più mobile, più ironica di quanto la società ancora permettesse. Le sue fotografie non seguivano il cambiamento culturale — lo anticipavano.Helmut Newton capì invece che il desiderio non si fotografa con delicatezza. Le sue donne dominanti, in pose che sovvertivano ogni convenzionale divisione di ruoli tra chi guarda e chi è guardato, erano una dichiarazione politica travestita da immagine di lusso. Anna Wintour descrisse il suo lavoro come “sinonimo di Vogue al suo massimo glamour e mitologia” — ma Newton non sarebbe stato d’accordo con questa lettura. La mitologia che costruiva non era quella del potere maschile sul corpo femminile. Era quella opposta.
IX. Quello che una fotografia non può fare
C’è una tentazione a cui è facile cedere quando si scrive sulla fotografia: quella di attribuirle un potere illimitato. La fotografia che ferma le guerre, la fotografia che cambia i governi, la fotografia che redime. Ma l’onestà impone di resistere a questa tentazione.
Le fotografie della fame in Africa non hanno eliminato la fame in Africa. Le fotografie dei campi di concentramento non hanno impedito i genocidi successivi. Le fotografie di Abu Ghraib non hanno portato a processi significativi per i responsabili delle torture. Eddie Adams, che scattò la foto dell’esecuzione per strada a Saigon nel 1968, disse: “Quella foto distrusse la vita del generale Loan. La gente riceveva solo metà del messaggio con una sola foto.”Susan Sontag, nel suo ultimo libro Davanti al dolore degli altri (2003), fece autocritica rispetto ad alcune delle sue posizioni di Sulla fotografia: le immagini del dolore altrui non producono necessariamente empatia. Possono produrre assuefazione. Possono produrre voyeurismo. Possono produrre la sensazione confortante di avere “già visto” qualcosa, e quindi di non doverlo affrontare ulteriormente.
La fotografia è potente. Ma il suo potere non è automatico. Dipende da chi la guarda, in quale contesto, con quale preparazione emotiva e culturale. Una fotografia è un’apertura — non una risposta.X. Il presente dell’immagine
Viviamo in un’epoca in cui la fotografia è diventata il linguaggio comune della specie. Non nel senso superficiale in cui si dice che un’immagine vale mille parole — quella frase è stata svuotata di senso dall’abuso. Nel senso più preciso: la fotografia è il modo in cui condividiamo l’esperienza, costruiamo l’identità, negoziamo il potere, celebriamo e contestiamo, ricordiamo e dimentichiamo.
Nick Knight, fotografo e fondatore di SHOWstudio, ha detto: “La forza della fotografia è come un passaporto: vi dà il permesso di partecipare appieno a diverse situazioni della vita in cui normalmente non avreste avuto accesso.” È vero. Ma è anche vero l’opposto: la fotografia può essere uno schermo che interponiamo tra noi e l’esperienza, convinti di vivere qualcosa mentre in realtà la stiamo archiviando.
Gianni Berengo Gardin — uno dei grandi testimoni visivi del Novecento italiano — disse: “La mia generazione ha raccontato la fine di un’epoca, la fine del mondo contadino. Una roba durata secoli che è scomparsa in vent’anni. Non lo sapevamo, ma la fotografavamo con l’intuito che quel mondo stesse scomparendo.” Questa inconsapevolezza profetica è forse la cosa più affascinante che un fotografo possa fare: testimoniare senza sapere cosa si stia testimoniando. Lasciare che il tempo attribuisca il significato che la mano non poteva ancora vedere.
Oggi, in un’epoca in cui ogni istante è fotografato e ogni fotografia è immediatamente distribuita e commentata e dimenticata, questa lentezza del significato è diventata quasi impossibile. Eppure è ancora lì, in attesa. Nelle fotografie che nessuno ha ancora guardato davvero. Nei novantaquattro percento di immagini che dormono nelle memorie degli smartphone e che forse, un giorno, diranno qualcosa che oggi non riusciamo ancora a sentire.In Fine
La fotografia ha compiuto quasi duecento anni. È nata in un’epoca in cui la luce impiegava minuti interi a incidere una lastra. Oggi impiega un millesimo di secondo. Il tempo si è compresso fino a scomparire, ma la domanda è rimasta la stessa che si poneva Nicéphore Niépce mentre aspettava che la luce disegnasse il tetto di un cortile su una lastra di peltro nel 1826: cosa rimane quando fermiamo il mondo?
Rimane uno sguardo. Parziale, imperfetto, orientato, culturalmente situato — ma irrimpiazzabilmente umano. In un’epoca in cui le immagini generate dall’intelligenza artificiale moltiplicano il visibile senza la mediazione di nessun corpo presente, di nessun occhio che ha davvero guardato, di nessuna persona che ha deciso di fermarsi di fronte a qualcosa perché quell’istante meritava di essere salvato — lo sguardo del fotografo acquista un significato nuovo.Non è solo estetico. Non è solo tecnico. È un atto di responsabilità nei confronti del reale. Un modo di dire: ero qui, ho visto, e ho scelto di dire che questo vale.

“La fotografia è una mannaia che coglie nell’eternità l’istante che l’ha abbagliata”, scrisse Henri Cartier-Bresson. Una mannaia — strumento di taglio, di separazione.
La fotografia separa un momento dal flusso del tempo e lo consegna all’eternità. È un atto violento e delicato insieme. Ed è, per questa ragione, un atto che richiede saggezza.Non la saggezza di chi sa tutto. La saggezza di chi sa guardare.
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La Paris Fashion Week 2026 è stata, nelle parole di chi l’ha vissuta dall’interno, un mondo misurato in minuti e millimetri — dove una silhouette appare per secondi, un dettaglio si rivela da vicino, e un’intera collezione passa in un istante. Questa è la condizione normale di chi fotografa la moda dal vivo. Non c’è tempo per il dubbio. C’è solo il momento prima che tutto cambi.
La stagione ha saputo bilanciare raffinatezza e disruption: le maison storiche hanno affilato le proprie firme mentre voci emergenti hanno sfidato le convenzioni con forme, texture e attitudini audaci. Da Chanel ad Alaïa, da Comme des Garçons a Miu Miu, fino a Vivienne Westwood — ogni show ha contribuito a un ritratto composito di ciò che la moda vuole essere in questo momento. 1channel
Backstage, l’atmosfera rivela aggiustamenti dell’ultimo minuto, stilisti che perfezionano i look, modelle che si muovono velocemente tra i fitting e la passerella. In questi momenti interstiziali emerge il vero ritmo della settimana della moda. È esattamente lì — in quell’interstizio — che si trova la fotografia più onesta. Non quella che aspetta il momento perfetto, ma quella che capisce che il momento perfetto non esiste, e scatta lo stesso.
C’è una competenza specifica che si sviluppa solo lavorando sulla passerella: saper leggere lo spazio, anticipare il movimento, calibrare la luce in condizioni che cambiano ogni trenta secondi. È una forma di atletismo visivo che nessuna scuola insegna davvero. Si impara correndo. Si affina perdendo scatti. Si padroneggia solo quando smetti di aver paura di sbagliare.
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C’è una domanda che la fotografia di moda non si fa abbastanza spesso: a chi appartiene il lusso? Gabriel Moses ci risponde ogni volta che scatta. Non con un manifesto, non con una dichiarazione. Con un’immagine.
Nato nel 1998 a South London, Moses costruisce le sue fotografie e i suoi film intorno a un’estetica barocca e a palette scure, con composizioni che privilegiano la figura umana in ambienti dalla geometria ricca e texturizzata. La devozione al ritratto nasce dalla sua fascinazione precoce per le fotografie in bianco e nero degli antenati. I suoi riferimenti dichiarati sono Gordon Parks e Malick Sidibé. Non esattamente i nomi che si leggono nelle didascalie delle campagne per Dior e Burberry. Ma è proprio questa la sua forza di attrito.
A 18 anni ha già girato la sua prima campagna Nike; poco dopo è diventato il più giovane fotografo a firmare una copertina di Dazed. Oggi il suo portfolio include Adidas, Dior, Apple, Burberry e Louis Vuitton — una lista che cresce con una velocità che l’industria fatica ancora a metabolizzare.
Il fil rouge di tutto è la famiglia: le donne che lo hanno formato — la nonna, la madre, la sorella. Il suo lavoro celebra la bellezza e la ricchezza della cultura nera attraverso sfondi scuri, modelli complimentati da scelte sartoriali intense e profonde. Non è estetica della diversità. È autobiografia visiva trasformata in linguaggio commerciale senza perdere nulla per strada.
Che Moses abbia già una retrospettiva degna di questo nome a 27 anni dice qualcosa sul talento. Che l’abbia costruita senza un’educazione formale in fotografia dice qualcosa sul coraggio. Che la stia usando per parlare di Dio, della madre e del South London dice qualcosa su cosa significa avere davvero qualcosa da dire.
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C’è chi fotografa la moda come si compila un catalogo. C’è chi la abita come se fosse uno spettacolo di varietà in cui le modelle sono acrobate, le luci sono riflettori, e il set è sempre sul punto di prendere fuoco. Ellen von Unwerth appartiene alla seconda categoria, ed è per questo che la sua retrospettiva a Maastricht vale il viaggio — anche solo per capire cosa significa avere un occhio che non si è mai fatto addomesticare.
My Circus è in scena al Fotomuseum aan het Vrijthof di Maastricht fino al 13 settembre 2026, con 160 fotografie che percorrono quarant’anni di carriera. Femminilità, moda, erotismo e giocosità sono i fili conduttori di immagini realizzate per Chanel, Dior, Guess, Victoria’s Secret e le maggiori riviste del mondo.
Il titolo non è metaforico. Prima di diventare fotografa — e prima ancora di essere stata modella per un decennio — von Unwerth ha lavorato per tre anni al Circo Roncalli di Monaco, come assistente del lanciatore di coltelli e del clown. Quella scuola di rischio e paillettes si legge ancora oggi in ogni frame: la tensione appena prima che qualcosa accada, la teatralità asciutta di chi sa che lo spettacolo deve continuare.
In mostra sfilano Naomi Campbell, Linda Evangelista, Kate Moss, Heidi Klum, Beyoncé, Madonna, Rihanna e RuPaul — una parata in cui l’haute couture gioca con i codici visivi del glam rock, senza chiedere permesso a nessuno. Al centro dell’esposizione, gli scatti intimi del primo libro Snaps (1994): meno glamour, più verità. Una riserva selvatica nel mezzo di un giardino curato.
Se esiste una domanda che la fotografia di moda dovrebbe farsi più spesso — chi decide come appare una donna? — Ellen von Unwerth ha risposto da quarant’anni con la stessa coerenza irritante: lei. Sempre lei.
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