C’è un momento, nelle grandi sfilate, in cui smetti di guardare i vestiti e inizi a guardare il pubblico. Quella sera del 27 febbraio al Palazzo delle Scintille, quel momento è arrivato presto. Facce che cercavano di capire. Facce che avevano già deciso. Facce che fingevano di aver già capito. Demna Gvasalia ha fatto esattamente quello che fa da vent’anni: ha diviso una stanza.
Il debutto ufficiale del nuovo direttore creativo di Gucci ha messo subito le cose in chiaro con una dichiarazione programmatica: creare oggetti desiderabili e autentici, capaci di accompagnare persone diverse, senza bisogno di giustificazioni pseudo-intellettuali. Una postura coraggiosa, in un settore che si nutre quasi esclusivamente di giustificazioni pseudo-intellettuali.
La location — un lungo corridoio museale illuminato soltanto nel punto di passaggio di modelli e modelle, con statue greco-romane alle spalle degli spettatori — ha trasformato la sfilata in qualcosa che somigliava più a un rito che a uno show commerciale. Demna ha capito da tempo che la passerella è teatro. La differenza è che lui non si limita a mettere in scena: scrive il copione, decide l’illuminazione e sceglie di comparire nell’oscurità.
La collezione ha evocato il Corso Francia di notte in un film di Moccia, le feste opulente nei palazzi veneziani, e soprattutto la Piazza della Signoria malinconica. Textielplatform Un’italianità come dispositivo scenico, non come identità fissa: rappresentazione più che memoria. Provocazione più che omaggio.
Il finale è stato affidato a Kate Moss: avvolta in un abito scintillante con schiena scoperta e il celebre g-string con logo Gucci — introdotto da Tom Ford e qui reinterpretato in oro bianco e diamanti — sul sottofondo di Tu sì na cosa grande cantata da Ornella Vanoni. Nessun finale di gruppo. Solo lei, sola, che attraversa il corridoio mentre la musica si spegne. Era un congedo o un inizio? La risposta, come sempre con Demna, dipende da dove siete seduti.


