C’è una domanda che la fotografia di moda non si fa abbastanza spesso: a chi appartiene il lusso? Gabriel Moses ci risponde ogni volta che scatta. Non con un manifesto, non con una dichiarazione. Con un’immagine.
Nato nel 1998 a South London, Moses costruisce le sue fotografie e i suoi film intorno a un’estetica barocca e a palette scure, con composizioni che privilegiano la figura umana in ambienti dalla geometria ricca e texturizzata. La devozione al ritratto nasce dalla sua fascinazione precoce per le fotografie in bianco e nero degli antenati. I suoi riferimenti dichiarati sono Gordon Parks e Malick Sidibé. Non esattamente i nomi che si leggono nelle didascalie delle campagne per Dior e Burberry. Ma è proprio questa la sua forza di attrito.
A 18 anni ha già girato la sua prima campagna Nike; poco dopo è diventato il più giovane fotografo a firmare una copertina di Dazed. Oggi il suo portfolio include Adidas, Dior, Apple, Burberry e Louis Vuitton — una lista che cresce con una velocità che l’industria fatica ancora a metabolizzare.
Il fil rouge di tutto è la famiglia: le donne che lo hanno formato — la nonna, la madre, la sorella. Il suo lavoro celebra la bellezza e la ricchezza della cultura nera attraverso sfondi scuri, modelli complimentati da scelte sartoriali intense e profonde. Non è estetica della diversità. È autobiografia visiva trasformata in linguaggio commerciale senza perdere nulla per strada.
Che Moses abbia già una retrospettiva degna di questo nome a 27 anni dice qualcosa sul talento. Che l’abbia costruita senza un’educazione formale in fotografia dice qualcosa sul coraggio. Che la stia usando per parlare di Dio, della madre e del South London dice qualcosa su cosa significa avere davvero qualcosa da dire.


